| sesso | ||||
| racconto inedito di Enrico Linaria |
||||
| madam,
stops God
I'm Adam
dog spots
|
||||
Non dava nell'occhio, o meglio, un po' sì. E se dava nell'occhio era sempre per quel suo modo strano di vestire, colori vivaci alla O-12 Benetton, portati con disinvoltura, il piacere di avere addosso una o due taglie in più, l'aria che ci girava dentro, e niente profumi griffati, soltanto il suo odore di pulito. Quarant'anni da poco compiuti, gran stima da parte dei superiori, soprattutto del redattore capo e del caposervizio, un po' meno da parte del direttore, e tanta invidia da parte dei colleghi redattori. A parlarci, colpiva per la vivacità dei suoi discorsi, sempre farina del suo sacco, mai cose prese qua e là per sentito dire. Come vestiva, parlava. Non era quella che si dice una bellezza, ma i colori che abbinava erano armonici, belli, e conferivano alla sua persona una certa bellezza, una bellezza trasparente, pulita, fuori quanto dentro.
La cena era appena terminata e come succede negli alberghi di montagna di sera quando fuori c'è bufera, ognuno si scelse un angolino di calore, per guardarsi la tivù, per un tressette, per una grappa, per una tombola tra amici. E anche lui si scelse l'angolino. Il suo era sempre un angolino un po' speciale. Una volta, con un'amica, si era messo a giocare a backgammon tra briscole e scope, un'altra volta a tangram tra scale quaranta e scacchi. Destava sempre curiosità. Questa volta poi, col suo portatile 386 da sessanta megabytes, solo soletto lì in un angolino a buttare giù un pezzo per la rubrica settimanale di giochi da lui curata, il suo angolino era particolare come non mai.
Non era uno smanettone. Lui scriveva, ammodino, con dieci dita, agli antipodi di quegli stereotipi che vogliono il giornalista davanti alla tastiera cicca in bocca e bicchiere di superalcolico lì davanti, una tirata, una sorsata, e giù imperterrito a pestare come una spia, svelto come i conigli quando montano, svelto come lo scrittore iperproduttivo che nel romanzo di Calvino Se una notte d'inverno un viaggiatore manda in bestia il "povero" scrittore tormentato. Niente di tutto questo. Lui, quando scriveva, era ipertormentato. E se una volta, ai tempi delle macchine per scrivere, lui sarebbe stato uno di quelli che battono due righe, un ripensamento, via il foglio, tutto da rifare, tre righe, ancora tutto da rifare, via il foglio, e avanti di questo passo, ora il tormento dello scrivere lo portava a tornare indietro, a cancellare righe, a salvare, a guardarsi attorno, a ricominciare, a inserire note, e su giù giù su a scorrere lo schermo e ad aprire finestre, insomma la tirava lunga, anzi lunghissima, con la massima calma.
E uno sguardo qua e uno là, tra accanimenti di bussate al tressette e vocii di tombole familiari, si sentì improvvisamente addosso lo sguardo di una signora seduta da sola a bersi un cognac e a fumarsi una sigaretta con l'atteggiamento di una belle dame sans merci. Senza darlo troppo a d'intendere, la guardò. Era sulla quarantina o giù di lì, in décolleté, gonna e calze velatissime. Un habillé insolito per la montagna, o forse a essere insolito era quel suo accavallare le gambe più da ospite televisiva che da ospite di un albergo di montagna. Lo sentì subito, lontano un miglio, che lei provava qualcosa. Lo sapeva benissimo che quei tipi di donna lì erano spesso attratte da tipi 0-12 Benetton come lui, dall'aria fragile e timida, con moti degli occhi ancora da adolescente e con atteggiamenti che nulla avevano del macho. Salvò il testo e si accese una sigaretta. Se l'accese come Humphrey Bogart non avrebbe mai fatto, con gesti insicuri, tutti suoi, come un ragazzino che si accende la sua prima sigaretta. E se Woody Allen faceva ridere nell'imitare Humphrey, lui, nel suo sincero imbarazzo, nella sua scarsa dimestichezza nel fare scivolare la sigaretta fuori dal pacchetto e nell'accenderla dopo avere strofinato il fiammifero sulla scatola con le movenze di uno tutto infreddolito che tenta di accendere il fuoco nel camino, faceva tenerezza.
Li sentiva gli occhi di lei addosso. Lei infatti continuava a guardarlo, quasi sfacciatamente, senza fare nulla per nasconderlo. Questo lo scombinava, e più lei lo guardava e si muoveva e accavallava e riaccavallava le gambe con passaggi degni di Sharon Stone, più lui si sentiva estraneo, non coinvolto, persino deluso da quella ostentata femminilità fatta di nylon e poliestere.
Mamma, io domani vado a provare lo snow-board insieme a Carlo.
Così, con l'entusiasmo di una sedicenne, una ragazza irruppe nella sala. Era la figlia, evidentemente, della belle dame sans merci. Una ragazzina acqua e sapone, esile e aggraziata, capelli a la garçon, jeans e maglione, nature, indosso lana e cotone, tutta all'opposto della madre.
Le due confabularono. Ma sì, ma no, ci vai, non ci vai, a un certo punto la madre si alzò riaccendendosi un'altra sigaretta e uscì dalla stanza. Non senza prima aver guardato verso di lui apparentemente assorto nella scrittura mentre invece, con la coda dell'occhio, seguiva nei dettagli la scena.
Il palindromo su cui stava lavorando lo interessava sempre meno. A interessarlo era la ragazzina a la garçon che, rimasta sola, si leggeva un quotidiano mentre con la cannuccia pompineggiava una coca-cola. Sforzandosi di non darlo a vedere, la guardava e riguardava. Maliziosa come Juliette Lewis che succhia il dito di De Niro in Cape Fear, anzi, ancora più maliziosa nel suo trasporto per quelle bollicine di coca-cola che dovevano frizzarle dentro, la ragazzina gli ricordava la Lolita di Nabokov; in una versione anoressico-bisessuale, troppo femminile per essere un ragazzo, troppo rettilinea, senza curve, per essere una ragazza. Continuava a guardarla. E lei a leggere e a succhiare la cannuccia, gli occhi l sul giornale ostentando la sicurezza di chi ormai maturo sa e ha scoperto tutto, che è anche la sicurezza infantile di chi ancora non sa e ignora tutto, non ignora però quel bruciore dentro che è un'incontenibile voglia di sapere e di scoprire tutto. A differenza della madre, la ragazzina lo ignorava. Le parti si erano invertite. Tornò ai suoi palindromi imponendosi di non guardarla più. Un minuto neanche ed era inaspettatamente lì al suo fianco, sorridente e con gli occhi sul portatile.
È un 486? chiese.
No, è un 386.
Ma lei sta usando l'xy write, lo conosco!
Beh, sì, io mi ci trovo bene, anche se è un programma vecchio... lei con gli occhi sul portatile, lui con gli occhi su di lei.
Ma che diavolo sta scrivendo? Madam, I'm Adam... Stops God dog spots... ma che roba è, che significa? detto con movimenti delle labbra in avanti come se dovessero afferrare qualcosa, labbra tipo quelle di Isabelle Adjani e gli occhi che le esplodevano di curiosità.
Sono palindromi, no? Frasi che dicono la stessa cosa lette sia da destra a sinistra che viceversa scorrendola dal viso giù giù fino al bacino e poi su di nuovo fino al viso.
Bah, e che senso c'è... avanti, e poi indietro...
Sono giochi di parole, il primo, Madam, I'm Adam è quando Adamo si presenta a Eva, l'inizio del mondo, il secondo, Stops God dog spots, ossia "Dio mette fine ai peccati dell'uomo vizioso", frase scherzosamente moralista, è la fine del mondo...
Non mi piace. Non mi piace pensare alla fine del mondo esplodendo a tutta pelle di gioia di vivere, di sapere, di scoprire.
Forse ti piacerà questo. È un palindromo scritto con uno spray da un appassionato di lirica dopo avere assistito a una mediocre opera lirica in Arena, l'arena di Verona: Arena, tonata voce e covata nota nera. Ovviamente è tutta una mia invenzione.
Com'è lungo, veramente è bello lungo! é meglio degli altri due. Più di tanto però non mi piace. Io, se dovessi scrivere con lo spray su un muro, userei lo spray verde e, se non mi vedesse nessuno, scriverei le cose mie, quelle che piacciono a me.
Lui continuava a guardarsela e le avvertiva tutte le vibrazioni che in forma di sguardi e moti del corpo uscivano dalla ragazzina. Non c'era bisogno di chiederle cos'erano quelle cose che piacevano a lei: poteva essere il mont Blanc con tanta panna così come l'abbraccio di un compagno, un concerto rock come un body in cotone con la sigla Malcolm X. Tutto poteva essere, tutto poteva suscitarle vibrazioni, per la ragazzina tutto poteva essere bello da dire, raccontare, scrivere con lo spray.
Il colloquio s'interruppe. La mamma la chiamava e lei se ne andò augurandogli la buona notte.
E dopo poco chiamarono lui. Lo volevano al telefono: era il giornale, una cosa urgente.
Meno male che la telefonata l'aveva ricevuta. Più o meno al telefono dovette starci tre quarti d'ora, un imprevisto, un grosso problema per la sua rubrica che da un sondaggio fatto risultava poco letta.
Tornato al tavolo, richiamò l'articolo per terminarlo. Ma era quello l'articolo? C'erano diverse righe, aggiunte e salvate qualche minuto prima, che lui non aveva scritto. Non erano righe qualsiasi.
Le colonne dei templi si ergono lucide e massicce. Il sole penetrando nei loro pori le fa inturgidire e perle di bianco liquido saettano nell'aria. Cammino sul terreno caldo e asciutto. Un tronco di colonna, grande, immenso, venato di rosa, è lì davanti a me. E ora ci sono sopra, sdraiata, con le braccia e le gambe aperte a formare una stella. Sento il profumo del mare e sento scorrere una dolcezza infinita dentro di me: quel gocciolare che prima mi pareva di vedere sul turgore rosato delle colonne, ora lo sento sopra di me. Come se nascesse da dentro e lentamente mi languisse tutto il sesso giù giù fino all'uscita inumidendo la batista bianca che da lì mi sale su ai fianchi. E più sopra ancora, un fluire di umori che premono contro i capezzoli spingendoli dritti a sollevare in due punti il cotone leggero, quasi trasparente, dell'abito a tunichetta.
ciao, Elisabetta
Salvò il testo, spense il portatile, andò nella hall e poi nel bar. La ragazzina non c'era. Prese una coca-cola, la cannuccia, e salì in camera. Riaccese il computer, richiamò il testo, lo rilesse bevendosi la coca-cola. Si eccitava. S'immaginò con la ragazzina nella valle dei templi, in quel secco assolato solo gli umori dei loro sessi e il frizzare della coca-cola, epiteli turgidi, gocciolanti, e spasmi di dolcezza infinita. Si eccitava sempre più. Cominciò a palindromarselo avantindietro, con impeto, immaginando il turgore rosato del suo sesso penetrare in quello di lei e incontrarvi quel gocciolare che lei sentiva sopra e dentro di sé. Finché non gli esplose, con violenza, sognando di essere tutto dentro di lei. E perle di bianco liquido gl'inondarono la mano mentre l'occhio ancora si eccitava di quelle parole-perle a cristalli liquidi che lei gli aveva messo dentro al 386.