Riceviamo questo interessante racconto di Adamo Dagradi. Fa parte della raccolta La città di ferro, rifiutata dagli editori a cui l'autore si era rivolto. A noi invece piace. È collocabile nel filone della "cucina dietro le quinte" di cui Pitigrilli e Swift ci hanno lasciato pagine indimenticabili. Per la cronaca Ho servito il re d'Inghilterra di Bohumil Hrabal fa invece parte della "cucina di sala" e si è completamente al di fuori del luogo mitico dove cuochi, aiutocuochi e inservienti ne fanno di cotte e di crude. (e.p.)
Luca
racconto inedito
di Adamo Dagradi

XII ore 9.00PM - 9.30PM

Lavapiatti.
Lava i piatti dalla mattina alla sera.
Da pranzo a cena.
Piatti fondi, piatti rotondi, piatti quadrati, piatti piatti e forchette, cucchiai, coltelli, calici scheggiati.
Immerso in una luciferina nuvola di vapore con gli occhi umidi e rossi, la fronte imperlata di sudore, gli zoccoli zoccolanti sul pavimento cosparso di verdure.
Luca.
Vita da ristorante. Ascolta la notte, asciugata a dovere dai tuoi panni, gemere lustra sotto il tocco indelicato delle tue mani di mummia.
E la città ti guarda dalla finestrella, inquadrando piedi affrettati sul marciapiede. TIC TAC di scarpe e sigarette che cadono lente sbuffando un inferno di scintille.
Lei sarà di là che serve, con le scarpe da ginnastica ed un sorriso paralizzato, così diverso da quello vero. Ma i clienti non lo sanno. I clienti non sanno mai niente, passano come stormi di stupide oche starnazzanti, si ungono le cravatte, sporcano il cesso, pagano e ciao.
I clienti sono come i programmi alla TV.
La TV sta in un angolo, in alto e gracchia facce truccate, cosce ed automobili, incessantemente, senza pudore, in una girandola anemica di promozioni ed omicidi.
Lei compare. Chiede qualcosa al cuoco. Esce.
Luca pulisce. Pensa piano ai grattacieli alti sopra di lui, a lei, leggera e frizzante come acqua e detersivo, fragile come un flute di cristallo. Quello che prova lui è un sentimento solido, una terrina panciuta o una pentola d'acciaio.
La sua è un'esistenza sommessa. Meccanica e sotterranea.

Il cuoco è un grillo parlante fuori taglia, con le ascelle pezzate e i baffi da messicano. Ogni tanto sputa senza malizia nei piatti che prepara. Dice che è il suo ingrediente segreto, che se non lo fa i clienti glieli rimandano indietro.
Guarda Luca con aria da tricheco. Lui sa tutto. Sa che Luca ama quel viso impertinente che compare a volte dalla porta. Sa che il retrobottega è triste come gli abissi di metallo che sogna quando fa troppo caldo per dormire veramente. A volte, ma solo a volte, cucina anche sentimenti. Ci mette il suo ingrediente segreto.
– Chiedile di uscire.
Luca scuote la testa.
– Perché no?
Luca riscuote la testa.
– Se cominci così ragazzo non andrai da nessuna parte.
– E dove dovrei andare?
– Non lo so, ma è meglio che tu prenda una decisione, cominci ad essere bianco come i tuoi piatti.
– Già.
Il cuoco assume un'aria afflitta da carne bollita. Fa caldo, i labirinti di ferro sono in agguato, stasera, nascosti tra la veglia e le terre culinarie dell'incoscienza. Ci vorrebbe una buona notizia per affettare i cetrioli.
Il traffico fa tremare la stanza, onde di cherosene che arrossano il cielo tra le antenne ed i trasmettitori.
Ma là sotto si può solo supporre.
Là sotto potrebbe anche essere giorno o Natale.
Il cuoco ha un gatto goloso.
Lei sbircia dentro, chiede qualcosa, sorride ad entrambi, esce.
Luca resta un attimo immobile con un'espressione trasognata ed un piatto in lacrime in mano.
Gli occhi le brillano di una luce carnevalesca che non si spegne mai. Neanche quando piove o quando l'estate decompone la spazzatura nel vicolo e l'odore di morte striscia dentro la cucina come un'epidemia. Più la giornata è lunga, più i piedi scricchiolano sotto i vassoi e la gente urla, più quel brillio misterioso ammicca dalle sue iridi castane, risvegliando nell'atmosfera un infantile bisogno di continuare senza lamentarsi.
E questo, a volte, può essere molto importante.
Resta una coda di confusione, come di sonno e mal di testa, un'eccitazione spaventata che si spegne piano piano, un ricordo di sogni notturni.
Bisogna prendere una decisione.
Estrarre il coraggio dal fondo umido delle budella e farlo esplodere nella mente. Una decisione dolorosa come una colica, difficile come saltare l'orizzonte ad occhi chiusi e rompere piatti e bicchieri in una danza di nervi tremanti.
Come parole a lungo taciute, tremanti di imbarazzo.
Bambini sorpresi a rubare.

Luca ed il cuoco si guardano a lungo.
Il cuoco ha uno strano sorriso che sa di ingredienti esotici e sputi. Un sogno imbullonato alla notte.
Il viso fa capolino. C'è una ventata di chiacchiere e brindisi dalla sala, una luce di occhi nocciola.
– Scusa?
Macchine e piedi e gocce di fuoco sul marciapiede.
– Si?
Il mondo sotterraneo vibra come un timpano. Il cuoco affetta i suoi cetrioli con un crescendo di ispirazione.
– Ti va di uscire?
Un attimo di silenzio. La città tace, il film è muto, il pianista si riposa.

– Sì.


Adamo Dagradi ha ventisette anni, è laureando in lettere moderne con una tesi in storia del teatro e dello spettacolo sul gioco di ruolo (suo antico hobby). È un aspirante critico cinematografico ma, per ora, ha pubblicato solo una ventina di recensioni su un sito chiamato Amenic.


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