Una birra gelata,
ovvero Chiara

racconto di Alice Castellani

disegno di Alice Castellani


Chiara, Chiara, Chiara: quanta fretta nei suoi baci, quanta frenesia nella sue mani sudaticce che si aggrappavano alla sua schiena spingendolo su e giù con una foga esasperata. Non avrebbe saputo farsi amare dolcemente, farsi cullare dal suo amore lento. Voleva prenderlo tutto d’un fiato, lei, buttarlo giù come una birra gelata in una sola sorsata inebriante. Non avrebbe saputo che farsene delle sue carezze meditative, delle corse grate della sua lingua calda sul suo dorso morbido; la esasperavano, allora le sue mani cominciavano a stringerlo dalla schiena, gli si conficcavano nella spina dorsale e gli facevano fare quello che voleva lei, in uno spasmo per lui fulminante. Poi restava lì, supina, con le gambe aperte, gli occhi semiaperti e la testa altrove.
Non aveva voglia di parlare, dopo. Lui poteva anche continuare ad accarezzarla, a mormorarle parole e frasi, tanto non sentiva, non se ne dava pena, anche se non dormiva era come se dormisse già, come un bambino che dopo aver mangiato o giocato tanto si astrae dal mondo e nel sonno lo assimila. Lui non riusciva proprio a dormire, ormai non ci riusciva neanche la notte, figurarsi con lei lì accanto appena dopo l’aver fatto l’amore, o meglio “all’amore”.
Se ci ripensava non ricordava più come al principio andassero le cose, cosa facesse lui dopo mentre lei cadeva nella sua estasi personale, non ricordava più nemmeno come la guardasse in quei primi tempi, quando di certo lui non l’amava affatto. Ma ora che sapeva di amarla non sapeva più come potesse essere stato al tempo in cui ciò non era ancora cominciato, e se ne rammaricava, perché ora davvero sentiva un peso enorme in questo suo non sapere cosa fare del suo amore. Lei non sembrava accorgersene, e forse questo era anche meglio, dato che lei non l’amava e che lui dubitava fortemente che questo potesse mai accadere. Si chiedeva invece se lui potesse almeno amarla di meno, perché quell’amore cominciava a fargli male e aveva paura che potesse diventare ancora peggio. E poi non gli sembrava neppure di avere il diritto di amarla tanto, dal momento che lei non lo amava né gli chiedeva di essere amata. Credeva che già questa sola mancanza di reciprocità delegittimasse in partenza il suo amore, che non aveva alcuna ragione d’essere, che non era neppure riconosciuto come tale. Era arrivato al punto di pensare che quello che davvero lui voleva era smettere di amarla. Averla sì lì tra le sue braccia e stringerla e spalmarsi ancora su di lei, ma avrebbe voluto che il suo cuore e la sua testa non se ne immischiassero in questa storia di corpi, che non pretendessero anche dell’altro, non cercassero oltre quel corpo esigente che dettava le regole al suo, che a buon gioco si faceva guidare ma -allo stesso tempo- soffriva della violenza di quella mancanza d’amore.
Si sentiva esasperato e contraddittorio, la guardava ancora lì immobile completamente nuda e ignara di tutto e poi di scatto distoglieva lo sguardo, come per paura che lei lo scoprisse, anche se ben presto di nuovo lo sguardo sfuggiva al suo controllo e per proprio conto tornava a contemplarla come non fosse lì, come non fosse lei. Quanto sarebbe potuto durare ancora? Se lei si fosse davvero accorta che il suo cominciava ad essere un attaccamento vero e proprio probabilmente non gli avrebbe fatto nessuna scenata, non era il tipo, semplicemente non si sarebbe fatta più trovare, sarebbe sparita in una bolla di sapone. S’immaginava pure che se per caso dopo un po’ lui l’avesse rivista da qualche parte, anche in questo caso non sarebbe successo niente di niente, lei avrebbe fatto finta di niente, gli avrebbe sorriso come al solito e magari sarebbero anche andati di nuovo a letto insieme, ma proprio tutto come, o meglio come quando d’estate si va a bere una birra con un amico incontrato per caso, per il puro piacere della compagnia e soprattutto della frescura che pizzica sul palato e giù fino alla gola.
Chiedersi perché lei avrebbe dovuto o non avrebbe dovuto amarlo non aveva alcun senso, lui non se lo domandava, si domandava piuttosto perché lui ora fosse arrivato a questo. In fondo sapeva già da tempo che possedere fisicamente una persona poteva non significare nulla, che certo non voleva dire che la si amasse pure, e questo tra l’altro gli aveva fatto finora abbastanza comodo e all’inizio anche con Chiara non era stato diverso. Perché ora era diverso, si chiedeva, perché ora l’amava? Quando ci pensava non poteva evitare di sentirsi alquanto sciocco a ricercare nella sua testa il punto esatto in cui le cose avevano cominciato a prendere un’altra piega, anche perché sapeva che ciò non poteva certo essere dipeso da una volontà determinata e rintracciabile all’indietro nel tempo. Ciò era successo e basta, queste cose succedono, si diceva, ma senza sapere perché e cosa veramente succede. Senza possibilità di ricostruzione degli eventi a posteriori. Si diceva pure che di solito, a un certo punto o prima o poi, lui avrebbe smesso di amarla e, probabilmente, anche questa volta senza una vera ragione, senza una vera causa scatenante il mutamento dei suoi sentimenti.
Purtroppo sentiva che queste elucubrazioni erano di ben poca consolazione per lui, al momento attuale in cui si trovava. E poi Chiara non era affatto cambiata nello stesso periodo di tempo che a lui aveva fruttato un cambiamento così profondo; lei non sarebbe cambiata, questo se lo sentiva, e se lui ora l’amava faceva fatica a immaginare che un giorno seppure lontano sarebbe stato lui a non amarla più, lei che sarebbe stata ancora la stessa.
Si era acceso una sigaretta, appoggiato su un gomito lì al suo fianco. Quasi subito lei aveva allungato un braccio e prendendogli la sigaretta gli aveva sorriso, una luce piccola piccola negli occhi. Allora lui se n’era acceso subito un’altra, guardando rapito il posacenere che lei teneva in bilico e muoveva con i muscoletti della pancia, ridendo di quel gioco di cui si era già stufata. Avrebbe avuto voglia di giocare con la punta delle dita sulla sua pelle, di setacciare ogni millimetro di quella carne traslucida e calda, ma anche di questo lei si sarebbe stufata subito. Cosa avrebbe potuto fare perché lei non si stancasse di lui? Non amarla, si diceva, semplicemente non dovrei amarla. Ma sapeva benissimo che era proprio quello che non poteva fare, perché non conosceva nessuna regola -se mai ne fosse esistita alcuna a parte le pozioni magiche- per sbarazzarsi del suo amore, che come un fungo era nato senza che nessuno avesse fatto niente perché ciò accadesse. Chiara un fungo, questa era davvero carina. Sorrise della sua sciocchezza, e subito dopo lei lo attirò di nuovo a sé. Aveva ancora sete, una birra gelida si vous plait!


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