ovvero alcuni scherzi nella letteratura
o tramite la letteratura
di Enrico Pieruccini
scherzi nella letteratura
Il riccio rapito (1712) di Alexander Pope Poemetto incentrato su uno scherzo veramente da prete che vede il Barone rubare un riccio a Belinda: pubblicamente, andandole alle spalle mentre lei sorseggia il caffè tagliandoglielo con le forbici. Ne nasce un gran casino.
Il giornalino di Gian Burrasca (1920) di Vamba Giannino Stoppani, alias Gian Burrasca, il protagonista del libro, ne combina di cotte e di crude. Impossibile citare tutti gli scherzi riportati nel libro, dunque leggetevelo.
Due però vanno assolutamente raccontati: quello del ladro in camera e quello dell'inchiostro contro il treno in partenza, scherzo in stile Amici miei.
Ladro in camera: siccome la sorella di Giannino ha una paura tremenda dei ladri, tanto che «la sera guarda sotto il letto, dietro gli usci, dietro la tenda della finestra, per vedere se c'è qualcuno in camera, e non spegnerebbe mai il lume», Giannino che ti fa? Prende un "semplice vecchio vestito del babbo", lo riempie di "innocentissima paglia" e lo fa spuntare da sotto il letto con una pistola in mano. Niente male il casino che ne consegue, protagonisti quattro vicini di casa imbranati che intervengono per sbrogliare la situazione mentre le due sorelle di Giannino si disperano.
Inchiostro contro il treno in partenza: Giannino è sul treno insieme al signor Clodoveo, rappresentante di inchiostri e amico di famiglia che si è preso la briga di accompagnarlo a Roma. E siccome il signor Clodoveo continua a dormire... Giannino... sentite dalla sua viva penna quel che ti combina:
Mi sono affacciato al finestrino e mi son messo a guardar la campagna; ma poi mi son seccato e non sapevo che cosa fare... Ho aperto la mia valigia, ho riguardato tutti i miei balocchi... Ma ormai li conoscevo da un pezzo, e non bastavano a farmi passar la noia da dosso...
Allora ho tirato giù la cassetta dei campionari del signor Clodoveo e mi son divertito a riguardar tutte quelle boccette coi cartellini di tutti i colori.
In quel momento il treno si è fermato, e dal finestrino ho visto che un altro treno era fermo di faccia a noi, per lo scambio, a pochissima distanza, tanto che, spenzolandomi fuori, forse avrei potuto toccare la faccia dei viaggiatori che vi stavano affacciati...
È stato allora che m'è venuta un'idea terribile.
Se avessi uno schizzetto! ho pensato.
Mentre pensavo a questo, lo sguardo si è fermato sulla palla di gomma che era nella mia valigia rimasta aperta, e allora ho detto fra me:
E perché non potrei fabbricarmelo?
E cavato di tasca il temperino ho fatto un buco nella palla; ho poi preso tre bottigliette d'inchiostro dalla cassetta del signor Clodoveo, e sono andato nella ritirata, dove, stappate le boccette, ho versato il contenuto nella catinella allungandolo con l'acqua. Fatto questo ho sgonfiato la palla, e immersala nella catinella l'ho riempita...
Quando son tornato nello scompartimento il treno di faccia si moveva e i viaggiatori eran tutti affacciati...
Non ho fatto altro che sporgere un po' le braccia fuori del mio finestrino e stringere gradatamente la palla tra le mani, col foro rivolto in avanti...
Ah, che emozione! Che effetto! Che divertimento!...
Campassi mill'anni non riderò mai quanto ho riso in quel momento nel vedere tutti quei visi affacciati, che da principio avevano una grande espressione di stupore e poi subito di rabbia, spenzolarsi fuori in mezzo alle braccia che mi tendevano i pugni chiusi, mentre il treno si allontanava...
Mi ricordo perfettamente di uno che ebbe uno schizzo d'inchiostro in un occhio, e che pareva diventato pazzo e ruggiva come una tigre...
Se lo incontrassi lo riconoscerei... ma forse è meglio che non lo incontri più!
Agosto, moglie mia non ti conosco (1930) di Achille Campanile Tra i tanti personaggi del romanzo c'è un precettore che insegna a una bella fanciulla "le principali parole della lingua italiana in forma errata" .
Invece, per esempio, di dire: comico, l'abituò a dire: conico; invece di dire civico, cinico. E via dicendo.
I primi tempi, quando i famigliari ignoravano ancora l'opera malvagia del precettore, avvenivano fatti stranissimi. Un giorno, per citarne una, la ragazza dice:
«Domani a pranzo, voglio un facchino».
«Ma ti pare», le fanno osservare, «che si possa pranzare con un facchino?»
«Voglio un facchino, voglio un facchino!».
L'indomani, con viva riluttanza, fanno sedere alla lor tavola un facchino, rosso e impacciato. Isabella s'infuria e debbon passare sei mesi prima che i parenti capiscano che quel giorno la ragazza voleva semplicememente un tacchino.
Un'altra volta, ella esprime il desiderio di mangiare il pane col birro. I famigliari, usi a secondarla in tutti i capricci, mandano a chiamare la guardia campestre. Isabella batte i piedi. L'avrete già capito: non voleva il birro, ma il burro. Di casi del genere ne avvennero a centinaia di migliaia. Un giorno la ragazza fa pigliare uno spavento al babbo:
«Sai», gli dice, «stasera per te c'è l'arresto».
Va' a vedere, si trattava dell'arrosto.
«Figlia mia», le dice il padre, «un'altra di queste e mi fai pigliare un accidente»
E ancora, tanto per rimanere in tema.
Poi ella, indicando dalla finestra il boschetto, disse ai visitatori:
«Là, dove sono quegli alberi, papà fa il porco».
Tutti si guardarono in faccia sorpresi e imbarazzati. Pavoni scosse il capo, con profonda tristezza. La fanciulla si avvicinò a lui e, abbracciandolo, disse:
"È vero papà, che fai il porco laggiù? Me l'ha detto anche il giardiniere».
«Sì, cara, sì» disse Pavoni, carezzandole il capo.
Si vedeva che soffriva atrocemente.
«Fa il porco e il villano» spiegò la ragazza agli ospiti, guardando con tenerezza il genitore.
È chiaro che porco va inteso parco e villano villino.
Dialogo dei massimi sistemi (1937) di Tommaso Landolfi Italo Calvino, nel volume Le più belle pagine di Tommaso Landolfi (Rizzoli, 1982, 1989) da lui curato, colloca questo racconto nella sezione Le parole e lo scrivere. Comunque lo si collochi nella produzione di Landolfi, Dialogo dei massimi sistemi è giocato su un grande scherzo che un capitano inglese che si dice gran conoscitore di lingue orientali gioca a uno che si rivolge a lui per imparare il persiano. Il capitano accetta d'insegnarglielo, lo mette sotto torchio e dai oggi e dai domani, riesce a farglielo parlare piuttosto bene. Merito anche dell'allievo che ci mette anima e corpo per apprenderlo. Un bel giorno il capitano deve partire per la Scozia, lo annuncia al suo allievo, e se ne va, per sempre. Desideroso di fare pratica con questa lingua per lui nuova, l'allievo si procura, non senza fatica, una raccolta di versi di un poeta persiano in lingua originale. Ma appena ne sfoglia le pagine, ecco l'amara sorpresa: la lingua che il capitano gli ha insegnato non è il persiano, ma una lingua lo scoprirà in seguito di pura invenzione, che "non esiste e non è mai esistita".
Manuale di conversazione (1973) di Achille Campanile In questa raccolta di racconti che ha vinto il premio Viareggio 1973, ce n'è uno intitolato Gli scherzi di cattivo genere dove l'autore cerca di fare alcuni esempi relativi a questa tipologia. Non sono scherzi di cattivo genere ad esempio, spiega Campanile, quello di togliere la sedia di sotto a uno che sta sedendosi, o quello di rovesciare le maniche del cappotto della vittima e poi fingere di aiutarla a infilarlo: si tratta di scherzi vecchi e grossolani dove il carattere di scherzo è fin troppo palese. «Lo scherzo di cattivo genere sottolinea Achille Campanile per riuscire deve celare con cura il proprio carattere burlesco; occorre che la vittima non sospetti nemmeno alla lontana che si tratta di uno scherzo».
Un esempio tipico di questo tipo di scherzi è l'"invito a cena con digiuno". Semplicissimo da farsi: s'invita la vittima a pranzo e quando arriva lo si fa attendere in salotto facendogli capire che era atteso per dopo cena. Più il salotto è adiacente alla sala da pranzo, più lo scherzo può riuscire: soprattutto se la vittima ha una certa fame, è timida, e non ha confidenza con quelli di casa.
Di questo scherzo Achille Campanile propone una versione più "completa" con il pranzo che non ci sarà mai. Ecco come. Una volta arrivata la vittima, conversazioni a non finire come se si aspettassero altri ospiti. Trascorso un bel po' di tempo, anche un'ora, tutti seduti a tavola e avanti coi discorsi nell'attesa della prima portata. Ed è un'altra ora che in questo modo se ne va. D'accordo coi padroni di casa, i commensali troveranno la cosa naturale e non batteranno ciglio. A un certo punto la padrona di casa si alzerà e pregherà gli ospiti di seguirla in salotto per il caffè. Tutti ovviamente si alzeranno: e più disinvolti saranno, più la vittima continuerà a non capirci nulla.
scherzi tramite la letteratura
Gli scherzi tramite la letteratura possiamo suddividerli in hard se basati sul libro, e in soft se insiti nella scrittura
Il colonnello letterato Eccone uno hard ritrovato da Giuseppe Fumagalli in Aneddoti milanesi di Cazzamini Mussi. Lo riportiamo, vaffanculo, in barba agli attuali concetti di "political correctness":
E c'è pure la burla, assai amena, del colonnello austriaco che si dilettava di leggere libri italiani e al quale un buontempone prestò per sei volte di seguito il medesimo volume, senza che egli mai se ne accorgesse e che solo all'ultimo ebbe a dire con aria competente: "Bella lingua, taliano, ma ripetersi troppo".
Giuseppe Ungaretti secondo classificato Ed ecco ora uno scherzo della tipologia soft che vede beffati maestri, professori e giornalisti.I fatti. 25 ottobre 1992: ad Albignasego, alle porte di Padova, si svolge la cerimonia di premiazione della quinta edizione del premio di poesia "Villa Obizzi", premio riservato agli alunni delle elementari e medie di un distretto scolastico padovano. La giuria, dopo avere selezionanato dieci finalisti tra seicentocinquanta concorrenti, assegna il primo premio a una bambina che frequenta la quinta elementare. Il secondo premio va invece a uno studente quattordicenne autore di una poesia definita "cosmica". Passa qualche giorno e scoppia il putiferio: alcuni genitori, dopo qualche ricerca, scoprono che la poesia vincitrice del secondo premio è una celebre poesia scritta da Giuseppe Ungaretti nel 1918. Si tratta di Sereno. Il ragazzo, immediatamente convocato dal preside e dalla giuria, si dichiara un grande ammiratore di Ungaretti e si giustifica così: «le sue poesie mi attirano moltissimo, io mi riconosco nel suo spirito e nel suo stile. Quanto al premio, volevo scherzare. Pensavo che si sarebbero accorti subito che quello che avevo presentato come un mio lavoro non poteva essere farina del mio sacco».
Una bella sputtanata per la giuria e per l'assessore alla cultura del comune di Albignasego, in primo luogo per la motivazione che sottolinea il "linguaggio fresco" del quattordicenne. Eccovi Sereno di Giuseppe Ungaretti.
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo
Mi riconosco
immagine
passeggera
Presa in un giro
immortale
(Bosco di Courton, luglio 1918)
Ed eccovi l'altra poesia Sereno datata 1929.
Arso tutto ha l'estate.
Ma torni un dito d'ombra,
Ritrova il rosolaccio sangue,
E di luna, la voce che si sgrana
I canneti propaga.
Muore il timore e la pietà.