avvicinamento ad Antonio Barrese
La convocazione
romanzo visuale in nove capitoli
Sarà stato circa il 1982, o 1983, ne sono passati di anni, abitavo a Verona allora, ero in una pizzeria con Enrico, non a caso il mio socio oggi in Eserèsi, parlavamo di scrittura, dei libri che avremmo scritto, e ricordo che gli dicevo che ormai si doveva tener conto delle nuove tecnologie. Esperienze personali portavano a capire che il personal computer era, in modo nuovo, una vera e propria macchina per produrre testi. E quindi era bene che noi, pensando a scrivere i nostri romanzi e i nostri saggi futuri, tenessimo conto delle nuove potenzialità offerte dagli strumenti.
In quegli anni, ricordiamo (e non è detto che ancora oggi, nella testa di molti illuminati critici, le cose non funzionino ancora così), in quegli anni latteggiamento degli intellettuali, rispetto a queste macchine, era di difesa e di rifiuto. Valga per tutti un esempio, lInterpretazione, quarto volume della Letteratura italiana, diretta da Alberto Asor Rosa (Torino, Einaudi, 1985).
Mi soffermo in particolare sul capitolo di Armando Petrucci, La scrittura del testo. (Non cè bisogno di scrivere le cose daccapo, così cito alla lettera da una mia recensione: Francesco Varanini, LInterprete, ovvero il lettore legittimato. In margine a lInterpretazione, Italianistica, anno XV, n. 1, gennaio/aprile 1986).
«Si veda la conclusione del capitolo La scrittura del testo, dove Armando Petrucci ragionando sullinnovazione tecnologica, e cioè sulle conseguenze delluso del personal computer da parte dellautore, pone in evidenza, con qualche preoccupazione, il venir meno dei semilavorati e dei prototipi: gli originali manoscritti, le bozze corrette a mano, le varianti; insomma, tutti quei materiali (ignoti al lettore finale, e disponibili solo per il lettore legittimato ad entrarne in possesso) sui quali si esercita la filologia degli scartafacci. Se ciò fosse vero, linnovazione tecnologica penalizzerebbe gravemente il ruolo dellInterprete; ipotesi, questa, paventata dallautore del pezzo. Ma forse una tal preoccupazione non ha ragion dessere. Il lavoro di scrittura, se svolto tramite il personal computer, produrrà, esattamente come il lavoro di scrittura realizzato su papiro, pergamena o carta, col sussidio di giunchi, cannucce o pennini dacciaio, non solo un testo finale tradotto implacabilmente e impeccabilmente dalla macchina in ununica dimensione, ma anche tutta quella serie di oggetti senza i quali perde ogni possibilità dintervento la filologia degli scartafacci.
Ma lInterprete avrà ancora a disposizione i suoi materiali, in forma di dischi magnetici. Con un solo limite, che non è tecnico (e che riguarda anche la scrittura realizzata su supporti e con strumenti diversi): la volontà dellautore di distruggere i materiali preparatori. (
)
Può darsi che, nelle pagine di Petrucci, affiori un atteggiamento quasi buddistico nei confronti di quello che può essere considerato un semplice mutamento del rapporto di scrittura che lega lautore al suo testo. Mentre la scrittura su supporti cartacei viene mitizzata e quasi inscritta in un contesto astorico (facendo astrazione dai radicali mutamenti subiti dal rapporto di scrittura nel corso della storia, e soprattutto considerando la scrittura su supporto cartaceo di per sé libero processo creativo), la scrittura attraverso personal computer viene letta come rivoluzione non innocente e non neutrale, e cioè come breccia aperta, allinterno della fase creativa, alla fredda logica del profitto, come grave penalizzazione della libertà creativa. Dovremmo invece, marxianamente, pensare che la tecnologia è neutra, mentre diverse potranno essere le logiche ed i poteri a cui è asservita.
Ciò che qui più giova sottolineare non sono le conseguenze di un ipotetico uso repressivo di una nuova tecnologia, quanto e Petrucci non lo nega il fatto che le nuove tecnologie sembrano aver reintrodotto nel gioco della creazione del testo e della fissazione per iscritto il ruolo preminente dellautore. Infatti, scrivendo col personal computer lautore potrà meglio gestire e controllare la coerenza interna del testo, potrà più liberamente manipolare i materiali espressivi, potrà, ed è forse questo laspetto più significativo, a partire da una agilissima e privatissima scrittura corsiva, direttamente (senza mediazioni redazionali, e senza condizionamenti di natura tecnica e produttiva) elaborare la versione definitiva del libro (vero, a questo punto, libro dautore), o le versioni, ognuna destinata a un lettore o a una classe di lettori.
A noi insomma, non pare affatto, come invece a Petrucci, profondamente irreale (pur in presenza di condizionamenti delleconomia e del potere, che del resto non sono una novità del momento storico attuale) ipotizzare che lautore possa trarre vantaggio dalluso di un personal computer. Anzi, ci pare affascinante pensare che, attraverso strumenti oggi facilmente disponibili, sia possibile un rinnovamento della prassi libraria paragonabile a quello progettato settecento anni fa da Francesco da Barberino (di cui proprio Petrucci ci parla): una particolare visione del libro, un preciso progetto di rinnovamento del modello librario che Francesco persegue in contrapposizione con il mondo ufficiale della produzione contemporanea; un progetto secondo il quale avrebbe dovuto essere lautore stesso a costruire il modello del libro adatto al suo testo, illustrazioni comprese,e a scriverlo almeno in parte di proprio pugno, sia per controllarne la fattura materiale, sia per imprimervi un marchio di autenticità indiscutibile».
Doppie virgolette, si conclude qui sia la citazione di me stesso, sia la citazione di Petrucci compresa nel mio testo di allora. Perché mi torna ora in mente questa questione? Molta acqua è passata sotto i ponti, ed oggi questi ragionamenti appaiono scontati: del resto questo testo appare su Eserèsi, una galassia testuale che ventanni fa non ero in grado di immaginare. Di questa galassia lamico Enrico è autore in un modo nuovo, perché facendo buon uso dei discorsi di quella sera lontana ha imparato a scrivere in un modo nuovo, e cura la scelta dei caratteri, limpaginazione, la scelta delle immagini, la concatenazione delle pagine.
Quasi ventanni, sì, sembra impossibile. Se scrivessi adesso su questo argomento, forse lo farei in un modo un po diverso: considererei ridondanti certi riferimenti (marxianamente), e non userei la prima persona plurale. Ma direi esattamente le stesse cose. Perché mi torna ora in mente questa questione?
Perché mi capita tra le mani un libro, non nuovissimo, che è una meraviglia: è una rara, originale conferma del discorso che ho appena tentato di fare.
Mi capita in mano un libro di forma e dimensioni spropositate ma poi, perché tutti i libri dovrebbero essere fatti in un certo modo. Un libro concepito e realizzato tra il 1990 e la primavera del 1998. E fin qui, poco da dire, solo da notare il fatto che d i solito un autore non precisa a margine del testo questi dettagli. Ma il bello viene subito dopo: Per la sua esecuzione sono stati impiegati computer Quadra 700, Power 9.600, Power G3; e i programmi Word, Xpress, Illustrator, Dimension, Photoshop, Streamline, Zoom, Atlantis.
Ora, il fatto è che il libro è indubbiamente un romanzo, ma lautore è un designer ed un grafico. Che sceglie di mettere in gioco in una volta tutte le sue risorse creative, insieme, non una alla volta come Tadini, che una volta è pittore e unaltra è scrittore. Del resto, non dobbiamo dimenticare che il lavoro di scrittura è condizionato dagli strumenti usati. Scrivere su papiro o pergamena o carta non è la stessa cosa. A seconda del supporto usato, scriverò un testo diverso. Altrettanto vale per il giunco, la cannuccia, il pennino dacciaio, la penna biro. E la macchina da scrivere. Basta un solo esempio: le correzioni su un testo al quale stiamo lavorando. Gli interventi interlineari dipendono dai supporti e dagli strumenti. Su una pagina scritta, a mano o a macchina, la possibilità di intervenire è limitata. Poi il testo diventa un incomprensibile scarabocchio e si deve scrivere tutto da capo. Ciò spinga forse, per una sua particolare via, ad un testo più pulito. Il processo di scrittura, con un computer ed un word processor, è ben diverso: lautore può gestire e controllare la coerenza interna del testo,di un testo di dimensioni potenzialmente infinite. Può, a partire da una agilissima e privatissima scrittura corsiva (appunti in libertà) accumulare per approssimazioni successive versioni diverse del testo, fino alla versione definitiva (vero, a questo punto libro dautore), o le versioni, ognuna destinata ad un lettore o ad una classe di lettori. (Così ho scritto il mio saggio sulla letteratura ispanoamericana un libro così usando la penna non avrei potuto scriverlo).
Ma qui il nostro autore, che è Antonio Barrese, fa qualcosa di più. Non solo scrive e impagina parole, con un marchio inequivocabile di originalità. Non solo cè un uso creativo di corpi e stili, chiari neretti e corsivi. Lautore produce immagini visive, usa il colore, monta insieme parole ed altri segni. Questo è possibile solo attraverso un uso personale del computer. Dove lautore non si limita ad usare Word e Xpress, il word processor ed il programma di impaginazione. Ma usa anche, per creare un unico testo, anche altri software, destinati a creare immagini, ad elaborare i colori.
Ora potrei entrare nel testo e proporvene una lettura. Ma sarà magari per unaltra volta. Ho sottotitolato Avvicinamento. Basti qui dire che in questo romanzo non cè niente di gratuito. Non è una esibizione di capacità tecnica, non è un esercizio di virtuosismo. E un testo contorto, denso, sofferto, con una sua tesi che solo in parte condivido. Dove lautore mette in gioco se stesso, il suo passato, mette in scena le sue convinzioni politiche e racconta la delusione per linvoluzione che porta dalla speranza di libertà, fondata sulla ricerca, sul progetto, ad un mondo dominato da un potere forte e occulto.
Niente di gratuito, nessun esercizio di virtuosismo. Anzi, una grande economia di mezzi. Ma leggendo, non solo le parole scritte, si scopre via via che per trasmettere le emozioni ed il pensiero le sole parole non sarebbero bastate. Tutto è necessario; ciò che è efficace è il sistema complessivo, fatto di colori, segni grafici e non.
Penso che forse saranno così i romanzi di domani. Perché, se abbiamo sul tavolo una macchina multimediale, dovremmo limitarci ad usare uno strumento, un medium alla volta? Guardate, credo direbbe Barrese, che non è facile. E vero, vediamo orrende presentazioni in Power Point, immagini e parole montate in modo che grida vendetta al cielo. La possibilità di accedere facilmente alla tecnologia non significa capacità. E talvolta rimpiangiamo i tempi in cui uno era costretto a limitarsi a scrivere parole. Ma, appunto, Barrese ci mostra come si potrebbe fare. Rimbocchiamoci le maniche e proviamo ad imparare ad usare gli strumenti. Forse saranno così io romanzi di domani.
Antonio Barrese, La convocazione, romanzo visuale in nove capitoli, Lupetti 1998