La riscoperta
di una poetessa padovana
del Rinascimento


Sulle tracce
di Valeria Miani

di Paolo Bernardini


Il Rinascimento al femminile riserva, in terra veneta, continue sorprese. Sulle tracce di una poetessa patavina finora dimenticata dagli studi si muove, dalla lontana North Carolina, Valeria Finucci, che insegna Letteratura italiana alla Duke University, e che ha già al suo attivo la recente riscoperta di un’altra notevole figura muliebre della letteratura veneta della Rinascenza, Giulia Bigolina. La poetessa in questione si chiama Valeria Miani. Una Valeria dunque letterata dei tempi nostri si pone in cerca di tracce biografiche di una Valeria nata probabilmente nel 1560, morta dopo il 1611, vissuta la maggior parte della sua vita a Padova. Era figlia di Achille, giureconsulto laureatosi a Bologna. A soli diciotto anni era stata esibita, nella moda degli enfant prodige, all’imperatrice Maria d’Asburgo, la moglie di Massimiliano II, che, per un giuoco dinastico tipico dei tempi, era di passaggio a Padova, sulla strada per Lisbona, ove sarebbe stata proclamata regina di Portogallo. Ad un certo punto Valeria sposò un Negri, entrando dunque a far parte della nobiltà patavina; ma già il nome d’origine si trova ascritto nel Libro d’Oro marciano. Poesia, nobiltà, e, a quanto dicono, forse semplicemente per voler rimanere nel cliché, le cronache del tempo, immancabili trecce bionde. “Valeria padovana poetessa e garbata oratrice”, secondo le parole di P.P. Ribera, autore, nel 1609, de Le glorie immortali de’ Trionfi, et heroiche imprese d’ottocento quarantacinque Donne illustri antiche, e moderne, aveva prodotto la maggior parte dei suoi pochi scritti tra il 1601 ed il 1611. Sonetti, madrigali, una pastorale, del 1604, L’amorosa speranza, ed una tragedia, Celinda, pubblicata nel 1611. «Diede in seguito alla luce varie canzoni e epigrammi, in cui oltre la forza del suo poetare, si ravvisa abbastanza quanto valesse nel tratteggiare del paro argomenti tragici e sentimentali». Così scrive N. Pietrucci nel 1853, inserendo la Miani tra le “illustri donne padovane”nel suo noto volume prosopografico. Tutti scritti ora rarissimi, pubblicati in pochi esemplari, talora in antologie. Valeria era vicina, stilisticamente e per temi, alla cerchia del Marino. Non tanto però per la produzione poetica, alquanto convenzionale, sì bene per quella drammatica, essa va ricordata e riscoperta. L’amorosa speranza, la sua pastorale, era la terza pastorale pubblicata da una donna in Italia, dopo quella di Isabella Andreini, anch'essa nata a Padova (Mirtilla, del 1588) e di Maddalena Campiglia, vissuta nel Vicentino (Flori, di quel medesimo anno). Siamo dinanzi ad una ripresa di elementi del Tasso, dall’Aminta, “riscritti – come nota Valeria Finucci – “astutamente in chiave femminile”, sul modello già sperimentato proprio dalla Andreini. Nella scena comica, ad esempio, della ninfa che lega ad un albero, per i capelli, un satiro, sbeffeggiandolo poi e lasciandolo lì legato, e rovesciando l’esplicita sessualità dell’immagine tassiana, dove è il satiro a legare la ninfa all’albero, per immaginabili scopi lubrici. Ben poche opere, tragiche o comiche, venivano rappresentate al tempo, dati gli alti costi, ma questa lo fu, in una villa di vacanza nei dintorni di Padova, non meglio precisata, forse sul Brenta. Lo racconta Julo, pastorello allegro, nella scena finale: «e se non fusse, / Che mal mi si conviene / Anzi che non potrei / Allogiar tante Padroncine care / Ne l’angusta Capanna, / E qual ch’è peggio; mi ruvinereste / Mangiandomi la parte delle Nozze / Io ben v’inviterei: mà che fia meglio (Et io ve ne consiglio) / Ritornarvene a Padova / Con quella stessa Barca / che quivi v’hà condotte / … Itene dunque». (5.6, p. 84r). Tuttavia, l’originalità della Miani si vede piuttosto nella tragedia. La Celinda, infatti, è la prima tragedia scritta da una donna in Italia, e rimarrà l’unica fino alla metà della Settecento. Siamo nel campo del grand guignol o quasi, alla Giambattista Giraldi Cinzio, ripreso in Albione da Marlowe, e Shakespeare. Dalla novella Il Moro il bardo di Stratford upon Avon modellò l’Otello. Favola cupa di amori e vendette, travestimenti e mancate nozze regali, tra Persiani e Lidi, con un gusto orientaleggiante che prendeva sempre più piede nella Venezia e Padova in continui commerci diplomatici e non solo con l’Oriente e la Sublime Porta. Tutto finisce nel sangue, il padre uccide il figlio, Celinda perde così il suo innamorato e si suicida. Chiedendo, come in Romeo and Juliet, di essere sepolta con l’amato. Eccoci dunque in un ambito di estremo interesse letterario, se anche la tragedia forse non venne mai portata in scena. Compaiono elementi esotici e patetici, orridi e romanzeschi , tipici dell’atmosfera letteraria, e politica, del tempo. Se fosse vera la leggenda del viaggio veneto, e italiano, di Shakespeare, certo qui poteva trovare, nella “fair Padua” che troppo leggiadra in fondo non era, abbondante materiale. Siamo, qui, in una linea muliebre di letteratura e poesia che conta, proprio in Veneto, i fari più corruschi. A partire da Gaspara Stampa, astro assoluto del Rinascimento al femminile, e da un’altra padovana, Isabella Andreini, non solo poetessa e autrice drammatica, ma anche, a detta di molti, la miglior attrice del nostro Rinascimento. Grazie alle cure di Valeria Finucci, tra un archivio e l’altro persa nel ricostruire qualche tassello d’una vita ancora in gran parte misteriosa, ma che non dobbiamo aspettarci si riveli mai davvero avventurosa, presto Celinda vedrà la luce in edizione critica, nella collana diretta da Mario Saccenti e Elisabetta Graziosi. Con una versione inglese successiva, a far conoscere, al vasto mondo, le prodezze letterarie del Cinquecento patavino.



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