autori da salvare

Thomas Pynchon
Thomas Pynchon
è tra i miei autori preferiti
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Luciano Ligabue
foto: Luca Richelli

di Francesco Varanini

Pynchon con il suo mistero, mistero abilmente costruito attorno al personaggio-autore, quel lungo viso sgraziato di adolescente come unica immagine, le polemiche infinite attorno alla sua vita segreta, polemiche nelle quali i critici e biografi e recensori periodicamente cadono, come pesci nella rete, gioco troppo ben costruito per apparire sofferta difesa di uno scrittore che vuole parlare solo attraverso le sue opere, gioco anche troppo ben costruito, come fastidiosamente troppo ben costruiti appaiono molte delle sue pagine, specie le più recenti, questo il loro difetto, levigate, perfette, mostruosi intrecci narrativi sempre splendidamente risolti, nomi e cognomi luminosamente espressivi, citazioni di un rock immaginario troppo esatte per essere frutto della penna approssimativa di una rockstar, stupri descritti con lo stesso freddo rigore con il quale sono descritti una macchina, un edificio, ritmo mantenuto al massimo livello per un incredibile numero di pagine, pagine e pagine: romanzi mai sotto le quattrocento, cinquecento, salvo l'Incanto del lotto 49 che mi pare si mantenga al di sotto delle duecento.

Eppure questa maestria non schiaccia il lettore forse proprio per il suo eccesso. Alla fine, di questa perfetta macchina si perdono volentieri le coordinate, ci abbandona al flusso della lettura e si apprezza l'autore al di là della sua fastidiosa maestria, si pensa cosa cavolo bolle in quella testa, come farà a cavar fuori queste cose, e a tenere in qualche modo in ordine queste trame complesse, a tenerle in ordine quel tanto che è indispensabile per permettere a noi di leggere. (Libri come sistemi complessi; non a caso impongono all'autore la loro stessa dimensione, cinquecento e più pagine. Vorremmo che lo stesso autore si abbandonasse di più alla loro assurda logica emergente, non lineare, evolutiva).

Thomas Pynchon è nato a New York nel 1938. Si è laureato alla Cornell University. È vissuto in Messico e vive, pare, in California, oppure a New York. Nonostante sporadici scoop che in realtà non scoprono nulla, Pynchon nessuno sa bene chi sia, né dove viva. Non dà mai interviste e non esistono sue foto, salvo qualcuna, improbabile, dei tempi della scuola. Qualcuno ha provato senza molto successo a dimostrare che Pynchon è in realtà J. D. Salinger, una maschera dietro la quale si nasconde J. D. Salinger. A me poi viene in mente quel gruppo rock della scena californiana anni settanta, i Residents: mantennero sempre che io sappia l'anonimato, ai concerti si presentavano mascherati. C'è anche un brutto romanzo di Kozinski che ha per protagonista una star rock, la narrazione di come riesce a mantenere sconosciuta la sua vera identità ci racconta forse qualcosa delle precauzioni adottate da Pynchon. (Noi dobbiamo contentarci di miti più banali: il massimo sembra essere la relativa scomparsa di Lucio Battisti).

«Una volta ho conosciuto un tizio che lo aveva incontrato brevissimamente a un party di Natale a Berkeley. (...) A quel tempo quel tizio non sapeva chi diavolo fosse Pynchon, non aveva mai letto niente di suo. Solo alla fine del party gli altri ospiti gli hanno spiegato chi era ed erano fieri ed orgogliosi del fatto che lui fosse stato là».

Così William Gibson, uno dei tanti autori che molto devono a Pynchon. Gibson, certo anche parlando di sé, aggiunge: "essere cult-writers è spaventoso". Ma Gibson – che pure disegna arditi scenari futuribili – come tanti, come quasi tutti coloro che vivono di scrittura, considera inevitabili le pretese del marketing editoriale, le leggi dell'industria della narrativa. E vi si arrende. Pynchon no. Pynchon è la dimostrazione vivente di come si può resistere a questa spaventosa pressione. E di come resistendo non ci si allontana dal mondo, non ci si isterilisce come vogliono far credere gli autori che cedono alle lusinghe dei mass media.

Perché Pynchon, proprio evitando di essere, in quanto autore, un personaggio, riesce ad essere un formidabile, acutissimo analista della società dello spettacolo.

I suoi paradossi, i suoi repentini e impercettibili spostamenti dal realismo al fantastico, dal plagio dell'articolo di un giornale o di una canzonetta all'invenzione più sfrenata sono, anche, una grande lezione di sociologia: il 'vero', oggi, è una ipotesi; la quotidianità una illusione.

Il mondo è solo uno dei mondi possibili, ed è un intreccio caotico. Impossibile descriverlo ordinatamente, per esempio in base alla ormai obsoleta dicotomia scienza/letteratura. La scienza di fronte a nuovi mondi in apparenza bizzarri (si pensi alla teoria quantistica) deve fare sempre più spesso ricorso spesso a metafore narrative. La narrativa, usata come acuminato strumento di conoscenza, di scoperta di monti altrimenti non conoscibili, diventa suo modo una scienza. Nel saggio Is It O.K. to Be a Luddite? (1984) Pynchon si muove su questo sottile crinale, e genialmente anticipa riflessioni attualissime, tra avvento dell'informatica e nuove forme di conoscenza.

L'esordio, con V., 1963, era stato precoce. V.: titolo volutamente misterioso. Vergine, Valletta, Venezuela, Vesuvio... al contempo forse una donna frivola e crudele, una terra perduta, l'ossessionante ricerca di significato per un mondo dissestato. V. è un romanzo già maturo: e impressiona rendersi conto che lo stile, originalissimo, è già del tutto formato. Nelle opere successive, semplicemente, sarà messo in scena di nuovo. Citiamo altri tre romanzi: The Crying of Lot 49 (1966, Lâincanto del lotto 49, tradotto da Mondadori), Gravity Rainbow (1973, tradotto da noi con venticinque anni di ritardo da Rizzoli), Vineland (1990, da noi Rizzoli), e una raccolta di racconti, Slow Learner (1984, credo inedita in italiano; contiene almeno un racconto forse troppo perfetto ma di grande fascino, Entropy).

Ci sono anche altri romanzi, successivi, ma non ve li cito neanche perché non mi pacciono. Se avete letto quello che ho scritto sopra, credo capirete perché li ritengo libri da buttare.


Altre considerazioni su Pynchon sul blog di MANUEL UBERTI

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