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autori da salvare | ||||
| di Francesco Varanini | |||||
Sociologo di formazione, documentalista presso il Centre National de la Recherche Scientifique (il CNR francese), poi saggista, enigmista, sceneggiatore, regista, personaggio originalissimo, Georges Perec muore prematuramente a quarantasei anni nel 1982.
Esordisce in letteratura con Les choses (1965). In Francia sono gli anni del nouveau roman e dell'école du régard. Ma mentre Butor, Robbe-Grillet e soci - di fronte agli oggetti della società dei consumi - scelgono programmaticamente una descrizione fredda e impersonale, lo sguardo di Perec è affettuoso, caldo, partecipe. Gli oggetti sono sì minuziosamente inventariati, ma con amore.
Ma è come se poi Perec avesse coscientemente rinunciato a questa poesia per provarsi in giochi più difficili (e il passaggio può essere letto nella stessa immagine dell'autore, sempre autoironico: dallo sguardo di bravo ragazzo dell'autore delle Choses alla barbetta mefistofelica e ai capelli irsuti delle opere della maturità).
La sua opera si evolve verso giochi combinatori e formali: scriverà per esempio un giallo, La disparition (1969 ), dove l'oggetto primo della sparizione è la lettera e, che infatti nel romanzo non appare nemmeno una volta. Insieme a Queneau e Calvino, ad altri letterati, ma anche a matematici e ad esperti di informatica, anima l'Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle): ludica setta, gruppo chiuso, laboratorio, appunto, che si dedica a esplorare nuovi percorsi letterari, tra cui, già negli anni 60-70, l'utilizzo creativo del trattamento automatico dei dati. Lavoro pionieristico, portato avanti ben prima che il word processing divenisse pane per tutti i denti.
La vie mode d'emploi (1978) è di gran lunga l'opera più vasta e ambiziosa. Vi ritroviamo, esplicitate al massimo, tutte le carattersitiche che fanno di Perec un caso unico: l'approccio archivistico e tassonomico, l'orientamento verso i modelli formalizzati, l'attenzione alle minuzie quotidiane, i giochi enigmistici, il gusto delle coincidenze legano fatti apparentemente lontani, il piacere del plagio e della citazione occulta dei testi altrui.
La vie - lo spaccato di un condominio parigino, che è un forziere di storie interconnesse - è romanzo enciclopedico, sterminato, circolare. Scritto senza retorica, senza ridondanze, come a dire che tanto di questo quotidianità tutti sappiamo giù tutto, e non c'è che da registrarla. Di più si potrà solo metterne in evidenza la rete sottesa di coincidenze, di incroci e di incastri (la metafora è quella del puzzle, che non a caso sta al centro di tutta la costruzione del romanzo).
La vie ha inoltre una caratteristica unica e anticipatrice. Organizzato com'è attorno a tabelle, cronologie, indici, rimandi, sommari, è costruito ('programmato') per una lettura non sequenziale. L'opera pare scritta in previsione di una lettura 'ipertestuale': solo attraverso l'aiuto di un software potrebbero essere attivate e percorse tutte le piste di lettura previste (o meglio: lasciate aperte) dall'autore.