riscoperte
Giuseppe Fumagalli: un colto
che sapeva ridere della cultura
di Enrico Pieruccini

Gli anni Trenta devono essere stati anni d’oro per la raccolta di aneddoti. Una delle raccolte più celebri, quella di Fernando Palazzi (1884-1962) pubblicata da Ceschina nel 1934, sopravvive tuttora nel prezioso Dizionario degli aneddoti (ed. Garzanti-Vallardi) che propone «oltre 2.600 tra episodi insoliti, situazioni divertenti e battute brillanti dei personaggi famosi di ogni tempo».

Meno nota, se non sconosciuta, è invece la raccolta curata da Fumagalli e uscita l’anno prima, nel 1933. Un capolavoro dimenticato suddiviso in tre parti i cui titoli – come scrive Fumagalli nella prefazione – «spiegano da sé la loro contenenza: I. Il libro e i libri - Bibliofilia e bibliografia. II. Biblioteche e bibliotecari. III. Commercio del libro - Editori e librai». A parte qualche aneddoto tratto da raccolte di Disraeli, Lalenne, Scarlatti e Lumachi, il libro nasce da contributi originali di Fumagalli e di amici suoi.

Ecco alcuni di questi aneddoti col numero progressivo dell’edizione del 1933.

3.

Un giornalista chiese un giorno a Mark Twain quali fossero i libri che più gli piacessero. «Secondo! – rispose Mark Twain. «Il valore dei libri varia secondo le circostanze. Un libro rilegato in cuoio è eccellente per affilare i rasoi; un libro piccolo, quintessenziale come li sanno fare gli scrittori della vecchia Europa, serve meravigliosamente per zeppare la gamba più corta di un tavolino traballante; un vecchio libro legato in pergamena, costituisce il migliore dei proiettili da lanciare contro i gatti importuni; finalmente un atlante dai grandi fogli di buona carta è quel che di meglio si possa desiderare per accomodare i vetri rotti».

59.

Tra i frequentatori indesiderabili delle Biblioteche, ci sono quelli che hanno la mania di scrivere nei margini dei libri: pessima abitudine sempre, deplorevole soprattutto quando di tratta di guastare i libri altrui (...).

Più grave è quando sono i bibliotecari stessi a scrivere sui libri. E allora quis custodiet ipsos custodes? Però il caso è raro e quello che io sto per raccontare è veramente un’eccezione e pesa sulla memoria del buon Olindo Guerrini, di cui dovrò fra breve riparlare a lungo, ma al Guerrini molto va perdonato perché... molto ha riso e fatto ridere. Una volta, alla Biblioteca di Bologna, Alberto Bacchi della Lega, che era suo dipendente e che si dilettava di ornitologia, stava leggendo l’opera del Savi; si alza un momento e si assenta lasciando aperto il volume al capitolo Passer Italiae. Passa il Guerrini, legge e scrive sui margini del libro:

Deh, l’ornitologo
come un corbello
scambia la passera
per un uccello
.

e se ne va sogghignando nella barbetta mefistofelica. Speriamo che li abbiano cancellati quei quattro versetti.

(E invece no, speriamo che ci siano ancora).

122.

(...) Sempre del Guerrini ho sentito in Bologna raccontare più volte che egli accompagnava talora i visitatori stranieri in giro per la Biblioteca, compiacendosi di raccontare loro delle frottole sbalorditive e ricevendone la mancia che passava agli uscieri ridendo con loro del tiro fatto a quegli allocchi.

(continua)

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