Con Paolo Valesio
il postmoderno torna
al sonetto di Paolo Bernardini
La tabula rasa che della poesia alta ha fatto la neo-avanguardia italiana (or sono quaranta anni esatti) non ha prodotto quella nuova tradizione post-avanguardiistica, appunto, che Sanguineti e il Gruppo 63 in toto in qualche modo si aspettava.
È vero, esistono giovani autori, Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, che hanno fatto intelligentemente propria la lezione avanguardistica, ed Edoardo Sanguineti, la cui produzione poetica continua ininterrotta dal 1956 almeno per quel che riguarda la produzione pubblicata si colloca ora a buon diritto tra i maggiori poeti internazionali, è divenuto insomma da museo come egli stesso da giovane si augurava divenisse larte davanguardia.
Ma quel che indubitabilmente si deve ascrivere alla neo-avanguardia è laver costretto il pubblico italiano a guardare ad ogni e qualsiasi forma poetica come ad un linguaggio artificiale e retorico, in qualche maniera, tanto che la stessa poesia davanguardia appare a proprio modo retorica, ed anzi una retorica.
Lorizzonte postmoderno ha di fatto poi eguagliato ogni linguaggio, anche e proprio poetico, restituendo legittimità al poetare dogni sorta, e stile, e tradizione e tradimento, proprio perché alla fine è la poesia stessa ad essere del tutto delegittimata, priva delle sue funzioni tradizionali nellera della comunicazione globale, sospesa nelletere della ricerca di un significato, e allo stesso tempo posta nella felice condizione di aver centuplicato, più che i mezzi espressivi, ma insieme a loro, i luoghi, la rete delle reti in cui collocarsi.
Ogni stile dunque appare legittimo, nel vasto e vago orizzonte postmoderno. E torna qui, in uno degli episodi ultimi della carriera poetica di un cervello in fuga un professore di letteratura italiana a Yale, Paolo Valesio, poeta e critico assai noto (ma un poeta italiano che vive allestero è cervello o cuore in fuga?) un protagonista assoluto della poesia italiana, il sonetto.
Non che lavanguardia con i suoi giuochi ironici e disincanti ne abbia fatto a meno: Sanguineti proprio lo usa spesso, con la maestria linguistica che lo connota: «Se sa sedurti soltanto un sonetto / Archetipo damaro amore assente ». Qui, tuttavia, il sanguinetiano archetipo damaro amore assente, la stoccata al languore sonettistico stilnovistico ma petrarchesco soprattutto, si plasma e ri-plasma in trenta sonetti che ambiscono, a ragione, a porsi in una tradizione lirica alta che non ha perso legittimità, anzi forse la riacquistata, ad un nuovo livello di consapevolezza, proprio a séguito della decostruzione avanguardistica.
Colpiscono, e ci fanno da indizio testuale, il titolo della raccolta, in primis, che riporta alla mente del biblista il richiamo drammaticamente impossibile di Joshua, che pregava il sole e la luna di fermare il loro corso, quello a Gibeon, questa nella valle di Aialon (Joshua 10:11-2): in breve, che implorava il tempo di fermare il proprio corso. Così, in qualche modo, fa il poeta, e lo fa il sonetto, e questi in particolare, nella loro elaborata costruzione linguistica. Nel loro farsi poetico intricato e limpido allo stesso tempo.
E colpisce, ugualmente, in copertina, la scultura neoclassica, di Antonio Corradini, La pudicizia del 1751, che orna la napoletana cappella di San Severo, unopera profondamente radicata nella tradizione religiosa locale, la donna velata e misteriosa, e, sul fondo, un bassorilievo che descrive il celebre episodio evangelico del noli me tangere. Quasi a significare limpossibilità di vero contatto umano, di trasmissione della passione, che si relega nel mazzo di rose marmoreo lì accanto.
Bastano dunque un titolo dagli echi biblici e una copertina pregna di spiritualità evangelica, di un barocco sublimato, quasi, per condurci nel territorio sacro della poesia di Valesio. Un sacro assai umano, venato dalla profonda malinconia dellesistere e dellinvecchiare, ed insieme alla ricerca, assai stilnovistica, di anime affini con cui condividere tale dolore. Ma non priva della sensualità, quasi sconvolgente, propria già della figura del Corradini, il seno teso sotto il velame, lo sguardo sognante, che molto dicono sulla natura di Raimondo de Sangro, che così volle eternata la propria madre, Cecilia Gaetani dAragona, morta giovanissima.
Dunque, il sacro ed il profano, se vogliamo dir così, attraversano questi trenta sonetti costruiti con cura estrema e tutte, o quasi, le possibilità offerte dalla rima e dallassonanza. La poetica della sacra malinconia riprende, volontariamente e no, molti luoghi della poesia occidentale: La fantasima, ad esempio, pone come citazione in limine un verso del poeta catalano Ausiàs March, che morì nel 1459, e fu soldato e cortigiano, e pare una riflessione sulla vanità, in senso sacro, dellamore e del risveglio della passione, risveglio appena accennato e mai compiuto: «Sopra la soglia un passo di gazzella,/ una fanciulla bruna: si è sbagliata,/ cercava un altro; si allontana snella/ scomparsa prima di essere arrivata. / Quella giovane donna, anche se bella/ è apparsa come figura schermata;/ fantasma controluce, colombella,/ o ritaglio di carta colorata». Ma vi si legge anche il richiamo al celebre Viandante di Baudelaire. Ed è questo sentimento del tempo che anima altre poesie, ancor più chiaramente: Il confronto ed il bilancio, ad esempio: «Qualche volta pronunzi ad alta voce,/ quando sei solo, la parola vita;/ e ti appaùri, vedendo la foce/ del fiume che ti scorre tra le dita».
Tutto allinsegna del sogno poetico su cui, tra ironia ed incanto, Valesio in fondo dappertutto scrive; arrivando, addirittura, ma non per nostra sorpresa, a sognare una poesia: «Ieri notte ho sognato una poesia. / Non ricordo nemmeno una parola,/ ma solo non era opera mia. / Circondata dal vuoto, stava sola;/ la carezzavo come una scultura». Singolare, e rivelatore, il moto che accosta poesia e scultura: il sonetto è forma scultorea, ci pare, per eccellenza della/nella poesia.
Ma è il sacro quel che la poesia, qui ed ora, ricerca, fino al limite delleresia: il pensiero, ad esempio, di una figlia di Maria, un secondogenito di Gesù, ipotesi apocrifa: «Ieri notte ho pensato una figura/ (forse unallegoria che saggroviglia,/ forse una sacra storia davventura): / -- Se Maria avesse avuto anche una figlia?».
O, altrimenti, la definizione mistica del desiderio, da Caterina Fieschi Adorno, da Maria Maddalena dePazzi: «Il desiderio è punta dellosceno/ e coltello appuntito dassassino; / il desiderio è fiotto di veleno/ e laccio di velluto nel giardino. / Il desiderio è scala alla purezza/ ed è lacrima alla trasparenza;/ il desiderio vive in tenerezza,/ contento della sua propria presenza». Ecco dunque che il sonetto tenta di incapsulare nella sua trama scultorea decadenza e pienezza, il misticismo dellappagamento, e quello dello svuotamento.
Insomma, una fede, un credere.
Che poi si compia, verso lidi più alti, o si dissolva proprio nel fare poetico, e qui si appaghi, non è possibile, per noi, stabilire. Certo la poesia alta appare intatta dopo la falce dellavanguardia, non tagliata alla radice, se mai tòcca da inguaribile, e salutare ironia.
Paolo Valesio, Every Afternoon Can Make the World Stand Still. Thirty Sonnets 1987-2000. Con testo a fronte della traduzione in inglese di Michael Palma e unintroduzione di John Hollander. Gradiva Publications, Stony Brook, New York 2002, pp. 70. $13.