L'insonnia
dell'anima
che ha bisogno
di capire

di Luisa Pogliana


Alejandra Pizarnik, La figlia dell’insonnia
, a cura di Claudio Cinti, Crocetti Editore, Milano, 2004

Ricevo questo libro, uscito da pochi mesi: un regalo che arriva da Venezia, non per caso.
È veramente un libro dell’insonnia, quella che nasce non dall’angoscia, ma dal bisogno di avere un’altra vita, senza interferenze – rumori, lavoro, persone, affetti – per pensare alla propria vita o alla vita (“y pensé en mi vida” scriveva Felisberto Hernández in un angolo d’osteria: è lo stesso). L’insonnia di Pizarnik non è simbolica, intellettuale e fredda come quella di Borges, è l’insonnia reale che nasce dal corpo e dalla sua anima (o psiche, o quello che si vuole, è tutto lo stesso) che ha bisogno di capire.
A ogni lettura e rilettura lo sbalordimento, per la bellezza delle parole, per la bellezza di quello che dicono. Parole che alimentano, leniscono, senza capire perché e cosa fanno succedere, ma sembrano cambiare il senso di tutto, rendono accettabile quello che sembra senza senso. (“Al negro sol del silencio las palabras se doraban”). Rendono trasparente ciò che opprime e umilia ogni giorno, rendono visibile il valore di ciò che resta accantonato, ufficialmente secondario, toccano quello che non sappiamo cos’è ma che ci permette di vivere (“Estas palabras como piedras preciosas”).
Eppure sono poesie spietate, che vanno fino al fondo e non lo lasciano un attimo (“La muerte siempre al lado. Escucho su decir. Sólo me oigo”).
Importa che Pizarnik sia o non sia morta suicida? Importa mettere al centro questo quando si parla di lei? Importa piuttosto che nelle sue poesie non si sbatte sempre contro la disperazione e l’angoscia, e, nonostante sia un libro durissimo, metterselo dentro è sentire poi di poter vivere più leggeri, senza che sia diventato più chiaro il perché. (Così forse viveva la Maga di Cortázar – anche se Pizarnik non è stata la sua Maga –, che passava così anche attraverso la morte di un bambino, rimossa prima ma non dopo).
Porta a questo, forse, l’assenza di grandi metafisiche, e invece il senso ben visto di piccole cose concrete, che noi sappiamo quanto contino in una vita (“Haz que no muera sin volver a verte”, “Es tan lejo pedir. Tan cerca saber que no hay”, “Canta como si no pasara nada. Nada pasa”).
Basta. Chi non è critico letterario non può dire altro, può dire solo: leggete questo libro straordinario, parlate con questa donna.
E poi, se volete un vero critico che aiuti a capire, leggete il saggio finale di Claudio Cinti. Uomo che da solo vale un romanzo, forse un cronopio, ma non inconsapevole, non involontario. Uomo che sceglie di fare un lavoro qualunque per vivere, fuori dai ranchos accademici, per poter vivere in pascoli di cultura, vivere di ciò che ama. Quest’uomo non solo ci porta Pizarnik traducendola con perfetto amore (a me pare), ma soprattutto uno smarrito Saenz: introvabile persino nella sua patria, il suo capolavoro Felipe Delgado viene riportato in vita a Venezia da Cinti, come in una commoventissima immagine di Lemebel, dove gli amici travestiti avrebbero voluto strappare alla morte una loro compagna anche trascinandola per i capelli.
(Ho sempre pensato e sentito, entrando in certe biblioteche – la British Library vecchia e nuova, quella del Trinity College a Dublino – che i libri davvero sconfiggono la morte. Ne prendi uno, e dopo secoli o millenni l’autore è lì che ti parla, che dice proprio a te i suoi pensieri, si occupa della tua mente. C’è un’emozione più grande?). E Delgado, avrà mai pensato a Venezia? In questo caso mi sembra importante segnalare i libri tanto quanto il recensore e traduttore.
Al quale, però, vien voglia di fare due domande, da lettrice e ammiratrice. Perché il bisogno di scrivere con un tono così controllato, accuratamente vicino a quello degli accademici normati e normativi? Capisco il bisogno di rivalsa, verso un mondo dove si annidano tronfi imbecilli, per questo impegnati a tenere alla larga geniali outsider. Ma chi se ne frega, bisogna proprio misurare il proprio valore sul peggio? Delgado rimarrà nella storia, gli intellettuali che non l’hanno apprezzato sono già nulla.
E poi: nel saggio critico Pizarnik è spesso chiamata ‘Alejandra’, e i suoi versi ‘alejandrini’. Perché? E’ un modo di amarla e sentirla vicina? Ma allora perché l’amato Cortázar non è chiamato Julio e Saenz è sempre Saenz? O forse non si può aggettivare Pizarnik? Ma non è obbligatorio questo accademismo. Spero che qui non cadano anche i migliori: le poetesse, come tutte le donne, hanno diritto al loro cognome. In questo caso possiamo dire: Pizarnik, Pizarnik, debajo estoy yo, Pizarnik.


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