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| Un melodramma noir | |||||||||
| Edito da Lindau (febbraio 2007) è uscito Gioco perverso di Italo Moscati, sottotitolo La vera storia di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida tra Cinecittà e guerra civile, pagine 288, euro 21. Torna dunque attuale la vicenda dei due attori legati al fascismo e fucilati dai partigiani a Milano il 30 aprile 1945, vicenda che da sessant'anni continua a destare interesse. Proprio in questi giorni si parla del film tv Sangue pazzo di Marco Tullio Giordana che uscirà alla fine del 2007 con Monica Bellucci nei panni della Ferida e Luca Zingaretti o Claudio Bisio in quelli di Valenti. Spulciando la ricca bibliografia riportata nel libro di Moscati scopriamo che un certo clamore lo suscitò nel dicembre del 1955 L'Europeo con un'inchiesta di Franco Bandini. Trent'anni dopo, nel 1985 esce per Longanesi Celebri e dannati. Vita di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida a firma di Romano Bracalini. Nel 1989 è lo stesso Moscati a proporre per la prima volta in televisione la vicenda dei due attori in Stelle in fiamme, serie dedicata alle coppie celebri del cinema. Ammaliato dalla loro vicenda Moscati riesce a farci un film tv nel 1991, protagonisti Fabio Testi e Ida Di Benedetto con, tra gli interpreti, una giovanissima Claudia Gerini. Nel 2001 esce infine per Spirali Luisa Ferida e Osvaldo Valenti. Ascesa e caduta di due stelle del cinema. Perché tanta attenzione alla vicenda di due persone che Giorgio Bocca, da giornalista ma forse ancor più da ex partigiano, definì "persone piccole sulle quali non reggono interpretazioni troppo sofisticate, troppo sottili"? Moscati, nella sua ricostruzione precisa dei fatti, dà una risposta. Da una parte la loro vicenda è, in una commistione di cinema e realtà e di amore e morte, un autentico melodrammone noir . Dall'altra la loro storia rivela un atteggiamento piuttosto ingenuo con il mondo. In particolare quella di Valenti perché lei, quando Osvaldo alla fine farà scelte decisamente errate, lo seguirà senza obiezioni. "I due attori ignoravano la dissimulazione e il nicodemismo, ovvero rendere omaggio al potere riservando alla propria coscienza le intime credenze di libertà" si legge nel capitolo finale. Moscati contrappone in questo modo Valenti e la Ferida a tutti quei furbetti (o più semplicemente gente capace di stare al mondo) che seppero muoversi bene passando in maniera indolore dal fascismo al nuovo corso. Tra questi Carlo Lizzani a suo tempo collaboratore di riviste fasciste, Michelangelo Antonioni che aveva recensito positivamente film schierati col nazifascismo tra cui il razzista Süss l'ebreo (uno dei film prediletti da Hitler) e Roberto Rossellini che dopo avere firmato tra il 1941 e il 1943 tre film di regime (La nave bianca, Un pilota ritorna e L'uomo dalla croce) è il regista del film culto della Resistenza Roma città aperta. La scelta più sbagliata di Valenti fu, nel 1944, a trentotto anni, accettare (su invito del principe Junio Valerio Borghese) il grado di tenente nella Decima Mas e indossare quella camicia nera che tanti fascisti, vista la mal parata, stavano invece ripudiando. Perché questa scelta? Secondo Moscati, il divo di tanti film, l'antagonista di Gino Cervi in Ettore Fieramosca (1939), in Un'avventura di Salvator Rosa (1939) e nella Corona di ferro (1940), il divo "capace di ergersi a cavaliere solitario di una sola causa, la sua", accetta l'invito di Borghese come se fosse l'invito di un regista a interpretare un personaggio di un film, complice anche la stima che s'instaura tra i due. Entrambi nobili (Valenti è figlio di un barone) ed entrambi esibizionisti schietti e irruenti. Basti pensare a quella volta che a Firenze Valenti salvò un inglese caduto nell'Arno, l'inglese ringraziò, Valenti (che parlava perfettamente diverse lingue) gli rispose in inglese, quello pensò che a salvarlo fosse stato un connazionale, disse che era contento di non essere stato salvato da un sudicio di italiano, e Valenti lo ributtò nell'Arno. Tornando a quella divisa nera che costerà la vita a lui e alla Ferida, Valenti se ne renderà conto troppo tardi che l'incarico di trovare carburante per i mezzi della Decima forse gli era stato affidato da Borghese solo perché lui, un divo che piaceva alle donne, avrebbe avuto più porte aperte rispetto a chiunque altro. Di tutta la vicenda due i punti da sempre particolarmnte delicati e e controversi a cui il libro dà risposta. Il primo è se la Ferida abbia o no danzato seminuda davanti ai partigiani in una pausa delle torture che subivano nella villa dellaguzzino Pietro Koch giustamente, lui sì, poi fucilato dai partigiani. La risposta Moscati la prende dallinchiesta dellEuropeo del 1955. Quel giorno la Ferida non era a Milano e a interpretare Salomè fu quasi certamente Daisy Marchi, la soubrettina amica del Koch, gelosa della statura artistica della Ferida, attrice apprezzata sia nel cinema che a teatro. Ovvio chiedersi perché la coppia Valenti-Ferida frequentasse la casa del capo del più delinquente e sanguinario corpo di polizia politica che operava nellla Repubblica di Salò, al punto che la stessa polizia fascista fu costretta, su ordine di Mussolini, ad arrestare il Koch. Il motivo della frequentazione era legato a quella storia del carburante per la Decima Mas, storia che davvero si rivelò una trappola mortale. È lapidario Moscati nel sottolineare, per quanto riguarda i rapporti con Koch, la stupidità del Valenti quando lui e la Ferida furono invitati a cena per la prima volta nella villa degli orrori. Quella notte la coppia dormì nella villa. E ci tornò spesso. Quel tornarci spesso insieme alla divisa nera della Decima Mas, nella concitata Milano del 1945 quando applicare la giustizia era assai più difficile che in tempo di pace, fu sicuramente una condanna a morte. Il secondo punto, delicato e controverso è se Sandro Pertini (nostro presidente della Repubblica dal 1978 al 1985) centrò o no, in quanto una della massime autorità della Resistenza e del CLN, con la fucilazione della coppia. Il sito www.imdb.com che è il vangelo mondiale del cinema, sostiene nella biografia della Ferida, che lordine fu impartito dal gruppo che faceva capo a Pertini, teoria ce si rifà a quanto sostenuto dalledizione in lingua inglese della Wikipedia. Non da quella italiana che tace sulle responsabilità di Pertini. Moscati, sempre rifacendosi allinchiesta del 1955 dellEuropeo, sottolinea che per i vertici del CLN, dunque anche per Pertini, Valenti, al di là del rapporti con Kock, era un ufficiale della Decima Mas e questo bastava. E mostra in un foto datata 29 aprile 1945 (il giorno prima della fucilazione della Ferida e di Valenti), Sandro Pertini che tiene un comizio con, al fianco, Giuseppe Vero Marozin, il capo partigiano che fu vicino agli attori nei loro ultimi giorni di vita. Dunque, linduzione è invevitabile, Pertini sapeva. Ma non è una colpa e qui vale la pena fermarsi. Perché purtroppo sangue chiama sangue. Nel punto esatto dove vennero fucilati i due attori (trentanove anni lui, trentuno lei in cinta di quattro mesi dopo un aborto naturale e dopo avere perso un bambino quattro giorni dopo che era nato), i fascisti nel 1922 avevano trucidato il fratello di uno dei partigiani presenti allesecuzione. A oltre sessantanni da quel 30 aprile 1945, dai fatti, come li ha minuziosamente riportati Moscati, emerge chiaro e tondo che Valenti alla fin fine, peccando dingenuità, se lera cercata. Non lei, uccisa con un bimbo in pancia solo perché avrebbe irriso i partigiani danzando per loro fra una tortura e laltra. Una motivazione più che sufficiente in quel 1945 di vendette su vendette. Solo che a fare Salomè non era stata Luisa Ferida. E questo si saprà anni dopo. |
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![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() dall'alto in basso: Luisa Ferida Osvaldo Valenti Ida Di Benedetto Fabio Testi Monica Bellucci Claudio Bisio |
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