Per le
edizioni Joker
esce
Soffio interrotto,
opera prima
di Fabio D'Aprile,
un percorso
esistenziale
che parte
dalla cantica
L'appressamento
alla morte

di Giacomo
Leopardi.

Ce l'ha o no l'uomo
il diritto di fermare la vita?



di Enrico Pieruccini



Per le edizioni Joker (www.edizionijoker.com) è uscito nell'ottobre 2007 il breve (sei sedicesimi, 64 pagine, 10 euro) e interessante libello Soffio interrotto di Fabio D'Aprile. Opera prima di questo ventiquattrenne laureando in lettere e filosofia dopo avere frequentato il liceo classico, Soffio interrotto ripercorre con forti valenze esistenziali e filosofiche la cantica L'appressamento alla morte che un diciottenne Giacomo Leopardi già addolorato per la spenta giovinezza scrisse in undici giorni guardando stilisticamente a Dante e Petrarca. In questo percorso non privo d'angoscia emergono qua e là degli influssi calviniani: sono i riferimenti al rapporto lettore-autore e alla scrittura che Calvino affrontò in Se una notte d'inverno un viaggiatore nel 1979. Riferimenti arricchiti da un'invettiva di Giosuè Carducci che nelle Odi barbare (1877) se la prende con "l'usata poesia". Ma soprattutto emerge un rievocatorio e insistente stile "mitologico" alla Roberto Calasso con cui D'Aprile tira in ballo Arianna, il Minotauro, Pan, Apollo, Zefiro, Marte, Prometeo, Afrodite, le amazzoni fondatrici di Efeso e altri personaggi ancora. Più di tutti la Sibilla che per pagine e pagine dialoga con l'Anima per poi scomparire e lasciare il posto a un lungo dialogo tra Anima e Nome. Accanto all'Anima (il soffio interrotto del titolo, sorta di "plasma a uno stadio solo pensato") e al Nome (la "ragione di essere") la Sibilla diventa "colei che abortisce". In questo modo D'Aprile si chiede se la vita sia sempre davvero sacra e se l'uomo abbia o no il diritto di fermarla anticipando il gioco delle stagioni e il calcolo del tempo. Con giochi di transfert che vedono la Sibilla diventare Madre e il Nome diventare Figlio, il libro va verso un epilogo dove di nuovo viene tirata in ballo la scrittura ("il lettore è sazio e lo scrittore si crede libero"), dove si filosofeggia sulla follia e dove dominano il fascino della malattia, la necessità della guarigione e il senso di morte. Con una chiusura tutta leopardiana: "Allor mi parve abbandonato e solo / Questo misero mondo, e 'l dolor molto / È 'l piacer nullo in questo basso suolo".
Libro dunque non facile, non certo scritto per il mercato, questa opera prima di D'Aprile che consiglio di leggere con vicini un dizionario di mitologia e la Cantica di Leopardi magari dopo essersi andati a rivedere alcune pagine di Se una notte d'inverno un viaggiatore.
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