La tana del salmone... bravo Abbate
ma voi piccoli editori, osate di più


di Enrico Pieruccini




Quando un autore come Raffaele Abbate, col suo primo romanzo La tana del salmone (edizioni Azimut, febbraio 2007) ti regala la sequenza che qui riportiamo, non hai dubbi: sei davanti a un libro notevole, come da anni se ne vedono pochi in Italia.

Irina Mashenko percorre le strade deserte a tutta velocità a bordo della sua Smart, sta andando a prendere sua sorella Anja, la badante dell'ingegner Mazzarella, per trascorrere la giornata al mare a Tor San Lorenzo insieme a lei.
Emmeggi, già sbronzo di primo mattino, scende dal marciapiede barcollando per attraversare e non si accorge dell'auto che sta arrivando. La Smart lo investe e lo scaraventa davanti al portone d'ingresso del condominio, dove sonnecchia Pequod. Il mastino, spaventato, reagisce in maniera inconsulta, azzanna Emmeggi alla gola e il sangue comincia a scorrere copioso tutt'intorno. La Smart, priva di controllo, sfonda il portone in ferro battuto che crolla sul tettuccio semirigido e una delle doghe di metallo colpisce di taglio Irina al collo e la decapita. L'allarme antisfondamento del palazzo richiama l'attenzione del portiere che cerca di prestare soccorso alla povera Irina.
Il trambusto allerta gli unici abitanti presenti nel palazzo, la famiglia Mazzarella al completo. Anja, già pronta per uscire, si precipita al piano terra, seguita dall'ingegner junior. Quella che si svolge davanti ai loro occhi è una scena da film dell'orrore: Pequod, completamente impazzito, continua ad azzannare il cadavere di Emmeggi. Il portiere, imbrattato di sangue, impugna una sbarra di ferro nel tentativo di liberare Irina. Anja, credendo che il portiere stia uccidendo la sorella, lancia un urlo, gli strappa la sbarra dalle mani, lo colpisce ripetutamente alla testa fino a fracassargliela. Pequod si avvede dell'aggressione, tralascia lo sbrindellato Emmeggi e per difendere il suo padrone, azzanna Anja che crolla sul cofano della Smart. L'ingegner junior è immobile. La sua signora madre, sentito il trambusto si affaccia alla finestra per capire cosa stia succedendo. L'ingegner senjor, rimasto senza sorveglianza, scivola silenzioso nella stanza e si avvicina alla moglie; Stufo di aspettare la morte (...), si scaraventa con tutte le sue forze sulla consorte, avvinghiandosi a lei in un abbraccio fatale. I due corpi precipitano dal settimo piano e si schiantano sul corpo molliccio dellingegner Junior.

Sono sette morti in quarantuno righe! Con una commistione di sfiga e di humour che ci sarebbe voluta la coppia Hanna e Barbera dei tempi migliori per concepire una scena così in un cartone animato con Tom e Jerry & company.
Ma la mattanza, robe da far concorrenza a Romeo e Giulietta e ad Amleto continua: nell'arco di centocinquanta pagine, oltre a questi sette morti, ce ne sono altri trentanove per un totale di quarantasei omicidi. La media è di circa un morto ogni tre pagine. È evidente, non possono esserci dubbi, che siamo nell'ambito della parodia del noir. Su copertina e alette, invece, si parla seriosamente di nuove frontiere del noir. Sarebbe come se J'irai cracher sur vos tombes (Andrò a sputare sulle vostre tombe, 1946) scritto da Boris Vian con lo pseudonimo di Vernon Sullivan, fosse stato annoverato tra le detective stories a stelle e strisce anziché tra le parodie di questa tipologia narrativa statunitense. Altre pagine di questo primo romanzo di Raffaele Abbate sono esilaranti: memorabile la scena del professor Bascheri che esce nudo dal bagno col coso duro e garibaldinamente sale in piedi sul letto dove lei, distesa nuda, lo sta aspettando. Ma lei scoppia a ridere e gli dice; "visto che sei lì in piedi, perché non mi cambi la lampadina, caro?". Ed è proprio questa la cifra giusta di Abbate. Più che abilità introspettiva nella risalita fino alla "tana del salmone", luogo simbolo dove sono custoditi i ricordi, Abbate possiede una notevole verve comica, dissacrante e immediata che ha il sapore di un Campanile o di un Guareschi dei giorni nostri. E niente male sono le righe dedicate a Santopietro, un maniaco che gironzola per Roma e viene beccato nella stazione della metropolitana a masturbarsi davanti a una pubblicità di intimo femminile mentre passano delle monache. Un tocco, questo delle suore, in autentico "stile Abbate". L'involucro esterno, copertina e alette, fa invece di tutto per coprire questi aspetti positivi e finisce per far passare La tana del salmone (che avrebbe avuto le carte in regola per distinguersi positivamente nel latente grigiore editoriale italiano) per uno dei tantissimi e comunissimi libri ammassati sui banconi delle nostre librerie.
Questo libro conferma un'abitudine che da anni contraddistingue l'editoria di casa nostra. Da una parte ci sono i grandi editori che dichiarano di avere pianificato per anni le uscite dei romanzi e di non essere dunque interessati a ricevere testi inediti. Dall'altra ci sono tanti piccoli editori, parecchi di loro pure piuttosto bravini sotto l'aspetto grafico, che spesso non riescono a dare la giusta collocazione ai libri da loro pubblicati e anziché valorizzarli li appiattiscono e li omologano a tanti altri. Soprattutto quando, come in questo caso, nascondono il pregio primo del libro, quello di potere divertire il lettore, come se il riso fosse peccato. Probabilmente in Italia, complici il cattolicesimo passato e presente, il marxismo dei decenni scorsi e la patologica seriosità dei recensori e del "potere letterario", ridere veramente, non nello stile stupido e gratuito di certa tivù, non va bene. Quello che poteva dunque essere, con alcune migliorie, un gradito caso letterario finisce nell'indistinto mare magnum delle pubblicazioni nostrane. Piccoli editori, nell'interesse degli autori che pubblicate, osate di più.




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