La passione per la lettura non mi ha mai abbandonato da quando, dall'età di dieci anni, fui conquistato dalla narrazione fantastica di una edizione facilitata di Ivanhoe. Solo più tardi quella per la musica (studi di composizione e pianoforte) ha preteso il primato rispetto alla prima passione.
Naturalmente esser finito in quella culturalmente desolata landa che sono le aziende del nord-est, a fare il manager prima e il consulente poi, l'ho sempre considerato come una sorta di espiazione per qualche cattiva azione che in qualche vita precedente abbia irritato gli dei che hanno deciso il mio destino.
Libri e spartiti hanno da sempre fatto parte della mia esistenza e considero la richiesta di stilare la famosa lista del "naufrago nell'isola deserta" una davvero ardua impresa. Non aspettatevi da me la sicumera del "One minute reader" e considerate questa lista parziale ed estemporanea.
Prima dei Fratelli Karamazov (1880) metterei solo il Doktor Faustus (1947) per un personale debito di musicista pur ammettendo che l'universo letterario di Dostojevski non ha eguali. La morte di Ivan Ilic (Tolstoj) è un racconto breve che mi ricorda un altro gioiello narrativo questa volta della letteratura americana qual'è Bartleby, lo scrivano (1856 - Melville).
Ancora dagli States vengono due romanzi imperdibili: la drammatica epopea della miseria e della disperazione di Furore (1939 - Steinbeck) e la allucinata angoscia della società opulenta contemporanea di Pastorale Americana (1997 - P. Roth). Di Saul Bellow non riesco a rinunciare al pirotecnico sarcasmo e al disincantato umorismo di Herzog (1964). La conquista più recente è stata la scrittura avvincente di Richler con il finale a sorpresa di La versione di Barney (2000). Un vero regalo è stato invece la scoperta del bellissimo romanzo di Harper Lee (Pulitzer 1963) da cui era stato tratto il celebre film Il buio oltre la siepe (1963).
Mi piace ricordare insieme le emozioni provate leggendo Cent'anni di solitudine (1967) con Dalla parte di Swann (1913) forse perché entrambi hanno rappresentato un momento particolare della mia vita, che poi ha deviato verso pragmatici sentieri di razionalità e sintesi.
A classici della fama dei Dolori del giovane Werther ( 1774), Frankenstein (1818 - Shelley), L'isola del tesoro (1885 - Stevenson), L'agente segreto (1907- Conrad), Notre Dame de Paris (1880 - Hugo) debbo, per così dire, il mio imprinting letterario.
Del Bardo di Stratford mettere tutte le opere ma consiglio l'appassionato saggio del professor Bloom che ha titolo Shakespeare: l'invenzione dell'uomo pubblicato da Rizzoli nel 2000. Sempre d'oltremanica, ma contemporaneo, viene l'impeccabile stile tutto british, a dispetto del cognome gapponese, del misurato Quel che resta del giorno (1998) di Yshiguro.
Al genere "gialli & C." non ho concesso molto tempo (non si può leggere tutto) ma debbo dire che l'antologia di Chandler è davvero grande e che almeno Il grande sonno (1924) bisogna proprio leggerlo.
Recentemente sono stato letteralmente catturato dalla Storia d'Italia (il volume dell'Età di Giolitti, per esempio) di Indro Montanelli. L'autentica venerazione che nutro per il suo autore mi ha impedito di prestar fede a tutte le critiche che l'ortodossia accademica ha mosso sulla scientificità del metodo storico e soprattutto all'assenza di sistematici riferimenti documentali e bibliografici. Resta il fatto che farsela raccontare da lui la storia è un autentico godimento. La storia è stata spesso fatta con le guerre e gli scontri di eserciti: si legge tutto d'un fiato La battaglia (1997- Rambaud) che davvero colpisce per la capacità dell'autore di immergerci nell'angoscioso incubo della stoltezza.
Nella prassi consulenziale debbo al barone von Clausewitz alcuni "prestiti" concettuali dal suo ponderoso ma modernissimo Della guerra (1832). I non addetti ai lavori (generali e militari) possono saltare alcuni capitoli più specialistici, ma ce ne sono altri che sono un'autentica fonte di ispirazione anche per i moderni capitani d'industria e i loro... attendenti (i famosi CEO che a Treviso rispondono al richiamo "vien qua ceo!" ovvero "vieni qua bambino!").
Sempre pensando ai grandi della Storia, e solo per analogia, il pensiero va alle belle pagine delle Memorie di Adriano (1951 - Yourcenar). Della stessa autrice mi ha molto preso l'atmosfera esoterica e cupa dell'Opera in nero.
Mistero,esoterismo e magia sono anche gli ingredienti di due libri dalla densa erudizione di Umberto Eco: Il nome della rosa (1977) e Il pendolo di Focault (1983).
Il fascino del viaggio come conoscenza del mondo e dei popoli, simulacro del passato ma anche come metafora e strumento della scoperta di se stessi mi è stato raccontato dalla prosa di due grandi penne come Claudio Magris e Tiziano Terzani. Microcosmi (1998) del primo e Un indovino mi disse (1995) del secondo sono davvero belli.
Se è vero che alla base della letteratura c'è il racconto orale degli antichi cantastorie basterebbe tornare al loro campione cieco (chissà se è davvero esistito) e rileggersi quel capitolo dell'Iliade in cui Ettore saluta per sempre Andromaca davanti alle porte scee proma del fatale duello con Achille, per saziarsi di tutta la poesia dei secoli futuri.