Enrico Pieruccini, Andrea Bolla, Francesco Varanini
e Marina Salamon durante la presentazione di un libro

Corrusco,
Linaria,
Pieruccini
e il romanzo
possibile

di Francesco Varanini

Pieruccini
e il suo
compaesano Bakunin,
asino dell'Amiata


Ho seguito per anni, decenni forse, la vita di quest’opera. L’ho sentita raccontare a voce, con tutto il pudore che può avere un autore che nasce come tale con la sua opera prima; l’ho vista in appunti manoscritti; ho visto disegni autografi; ho posseduto una delle poche copie stampate al computer. Nel parlarne, non posso quindi essere né equanime né distaccato.
Mi è sempre più chiaro che l’opera vale a prescindere dalla tecnologia e dalla forma nella quale ci è offerta. Siamo condizionati dal feticismo del libro, ma il libro in fondo non aggiunge nulla, se non il brand di un editore. Sta a noi saper leggere su qualsiasi supporto. Sta a noi non attribuire valore all’opera in funzione del mezzo. Perciò per me quest’opera vale non perché è stata stampata. Anzi, forse, la stampa – con la sua forma unica e inevitabile – toglie qualcosa alla mia immaginazione.
Corrusco esiste per me a prescindere dall’editore e dalla copertina e dalla data di uscita e dalla presenza in un catalogo o sugli scaffali di una libreria.

Si sa (qualcuno sa) che l’autore voleva apparire come Enrico Linaria. Non conosco, se non di sfuggita, le ragioni che hanno spinto l’editore a preferire la firma di Enrico Pieruccini. Forse, del tutto legittimamente, ha pensato che facendo firmare il libro a un personaggio dotato di una sua locale notorietà, e ponendo in copertina un nome e un cognome già apparsi, non di rado, su quotidiani – forse, ha pensato, avrebbe venduto più copie. Potremmo eccepire che avrebbe giovato all’opera il piccolo mistero attorno al nome dell’autore. Comunque, per me l’autore di Corrusco è e sarà Enrico Linaria.
Linaria condivide con Pieruccini un nome di battesimo e, chissà, una apparenza fisica. Ma ben più di Pieruccini incarna ai miei occhi la levità di un autore ipotetico, l’aereo aspetto di un autore trasparente, che non grava sull’opera con pretese di appropriazione e con aspettative di successo. Linaria, anzi, lascia che l’opera viva scioltamente la sua vita – e di più, lascia che l’opera si faccia da sola. C’è certo fatica nella creazione. Ma l’opera, la modesta e mirabile avventura urbana di Corrusco, vale per come essa appare. L’autore è un gravame che nulla le aggiunge.

L’opera, come è giusto che sia, è diversa da ogni altra. Ha una plurima natura. È una storia di provincia, è una sofferta autobiografia, è un romanzo picaresco. Ma soprattutto è caratterizzata da una duplicità. Alla narrazione è imbricata una natura saggistica. Ed il saggio è monotematico – un solo argomento è esplorato fino al fastidio, alla credo volontaria oscena esagerazione. Mi piace immaginare per il saggio questo titolo: Teoria generale e Pratica sadica dello scherzo.
Come lettore ho diritto di chiedermi perché. Perché Corrusco-Linaria-Pieruccini ama lo scherzo, indulge allo scherzo, perché usa con tanta insistenza, e direi con perverso amore, lo scherzo. Scherzo come contrappasso; come arma rivolta contro l’arroganza del potere; ma anche come esperimento sui comportamenti sociali; e come giusta mercede per gli ignavi.
Ho diritto di chiedermi perché. E Corrusco-Linaria-Pieruccini hanno diritto di lasciarmi senza risposta, aggiungendo scherzo a scherzo. Lì dove io lettore desidero trovare un romanzo, aldilà del romanzo che pure c’è, eccomi costretto a navigare in mondo ridotto ad una paradossale contrapposizione: nessuna via di mezzo, nessun uomo intero, solo scherzatori e scherzati.

L’opera veramente degna, anzi, nasce proprio da questo: l’oppressione, la sofferenza mi impone la ricerca di una cura. Nessuna cura vale come la cura che posso dedicare a me stesso. Nessuna terapia è efficace come un’autoterapia. Nessuna autoterapia è efficace come la scrittura. Scrivendo non solo mi consolo e lenisco un dolore, ma costruisco, a partire dalla sintonia con il mio desiderio liberato, un possibile mondo privo di oppressione.
Così, e per questo, credo, Corrusco-Linaria-Pieruccini scrive. Scrive di notte, in solitudine, accanitamente, ma anche con piacere e senza fretta. L’opera frutto di questo lavoro, essendo un colloquio con se stesso, non è mai terminata. Oppure – ed è la stessa cosa – termina lentamente, senza un finale, quando l’autore, essendosi curato attraverso la scrittura, non ha più bisogno di scrivere.

Non scopro certo nulla di nuovo se affermo che pesa più l’autocensura della censura. Non fosse altro, per questo motivo: potranno impedirmi di pubblicare, ma nessuno potrà impedirmi di scrivere. L’opera può essere comunque creata, anche nei contesti meno favorevoli, e anche laddove io sia vittima di oppressione.
Dove invece sono io che ‘mi opprimo’, giudicando inopportuno scrivere certe cose, o in un certo modo; dove invece sono io che ‘mi opprimo’, conformandomi a canoni che non sento miei, allora devo sapere che favorisco forse la ‘pubblicabilità’ di un libro, ma mi allontano in realtà da quella che è la mia opera.
Ora, ho qualche motivo per pensare che il libro pubblicato sia stato vittima in qualche misura di una autocensura. Ragionevole, comprensibile gesto di Pieruccini, compiuto in qualche modo alle spalle di Linaria e di Corrusco.

Pieruccini, fine intellettuale confinato in una scena di provincia, ha l’ambizione di vedere riconosciuto il suo pieno valore, al di là degli episodici e parziali riconoscimenti che il mercato è spontaneamente disposto ad offrirgli.
Linaria, autore libero da compromessi, desidera vedere venire alla luce le storie che ha in mente: da idee informi sa di poter trarre sistemi testuali autoconsistenti, diversi da ogni altra storia già raccontata.
Corrusco, personaggio uomo ricco di autostima, consapevole della propria identità, ha una sua vicenda autobiografica e vuole narrarla.
Forse la versione segreta e non compromessa dell’opera non esiste, forse ha luogo solo nel mio immaginario. Ma è bello pensare a un’opera nella quale i diversi obiettivi di Pieruccini, di Linaria e di Corrusco convergano in un testo frutto di un gioco e di una negoziazione a tre – ma libero da condizionamenti e da pre-giudizi attribuibili ad altri.

Temo che dei tre, il più vicino ad indulgere all’autocensura sia Pieruccini. Temo di sapere perché. Egli, come ognuno di noi, è scrittore perché è lettore. E in quanto lettore è troppo grato ad alcuni autori. Li ama troppo, riconoscente per come essi hanno saputo accompagnarlo nella sua solitudine e nella sua ricerca di senso – un accettabile senso per questa assurda vita che ci troviamo a vivere.
Pieruccini è riconoscente a Queneau. Maestro di rigore intellettuale, enciclopedismo, eclettismo; esemplarmente abile nel muoversi all’interno di un testo come, con dignità ed anticonformismo, sulla scena intellettuale-editoriale, dentro e fuori a piacer suo dalla accademia.
Pieruccini ammira Calvino. Credo – ma questa è mia personalissima opinione che mi guardo bene dall’attribuire a Pieruccini –, credo che Pieruccini ammiri Calvino, fino a farsene modello, proprio perché comprende i limiti di Calvino. L’accanimento e la dedizione al lavoro di scrittore, l’allenamento senza posa, la totale dedizione alla ricerca di riuscire, la cura con cui visita generi letterari diversi, nel mentre, allo stesso tempo, cura abilissimamente la rete di relazioni che procura riconoscimenti e recensioni – queste sono probabilmente le doti che i posteri ancora riconosceranno a Calvino.
Pieruccini ha forse pensato che l’unico cammino per lui aperto stesse nell’imitare Calvino, non tanto nell’opera, quanto nell’atteggiamento: accanimento, severità con sé stesso, rigore nel cercare uno spazio all’interno dei ruoli e dei modelli consolidati.
Pieruccini si è autocensurato per non rischiare di scrivere un’opera troppo lontana da quella dei suoi maestri – o per un altro verso troppo vicina alla loro – o, infine, un’opera che corresse il rischio di essere migliore della loro.

Pieruccini insomma, questionando – credo – per questo con Linaria e con Corrusco, ha forse oscuramente voluto che ciò che a noi poteva essere visibile della sua opera non si allontanasse troppo dai canoni. Ha tentato di porre freno alla sua affabulazione; ha tentato di ingannarci, indirizzando la nostra percezione verso terreni non troppo impervi e sconosciuti.
Ha voluto farci credere di aver scritto qualcosa che sta ai confini del romanzo. Niente più di un gioco, o appunto uno scherzo.
Ma non ci ha ingannato. Dietro lo scherzo troppa amarezza, troppo dolore.

Dobbiamo insomma condividere quella che crediamo sia l’opinione di Linaria e di Corrusco. Pieruccini sottovaluta sé stesso, le proprie doti di vero eccentrico, di creativo dotato di una cifra di inconfutabile originalità.
Il romanzo firmato da Enrico Pieruccini mette nell’ombra più di quanto porti alla luce del sole.Ma per fortuna, sempre, restano le pagine scritte. E siccome la scrittura, nonostante i tentativi di controllo, è sempre in qualche misura involontaria, le pagine parlano di per sé.
Non dicendo tutto, ci impongono di leggere tra le righe e ci offrono l’opportunità di metterci del nostro.
L’anomalia e la stranezza e la stramberia e la bizzarria e la stravaganza si nascondono dove meno ce lo aspettiamo.



homepage

back