l'invidia
del
cristallo
Schizoanalisi
di Calvino


di Nicola Gaiarin
disegno di
Ettore Viiola
Il coatto
contro
l'inquisitore

L'invidia del cristallo (Calvino 1)

Calvino pro o contro. Mah ! Per me Calvino ha voluto dire molto. Per un certo periodo, è stato il ponte tra teoria (gli studi di filosofia) e pratica (la scrittura come grimaldello). È stato il trait-d’union tra la macchina letteraria, che funziona senza autore, raccontata da filosofi come Foucault, Deleuze e Derrida, e la scrittura come scelta etica di un individuo che continua, nonostante tutto, a scrivere per saggiare, sperimentare, attraversare la realtà. Non per niente Calvino si considerava alla stregua di uno stilista della realtà, un filosofo naturale dalla prosa di cristallo, come Galileo o Leopardi. Voleva essere uno scienziato della lingua per riuscire a raccontare con esattezza un preciso percorso conoscitivo, non un affabulatore puro o un palombaro delle passioni umane. Anche se alla fine la lettura che va per la maggiore lo considera soprattutto come un narratore tutto leggerezza e fantasia. Sarebbe sufficiente leggere il risvolto delle Cosmicomiche, in cui accanto a Grandeville e Popeye Calvino inserisce Beckett tra i suoi ispiratori, per dare una diversa collocazione alla presunta dimensione favolistica dell’autore. Tutto il secondo Calvino mi appare come un grande narratore di parabole epistemologiche, più o meno poetiche (Le città invisibili sono senza dubbio migliori del Castello dei destini incrociati), più o meno riuscite (Se una notte d'inverno un viaggiatore è spettacolare ma poco coinvolgente). Rimane l’impressione di qualcuno che crede sempre meno nelle potenzialità della scrittura e che insegue l’azzeramento del linguaggio per una via opposta a quella di Beckett: cancellare per accumulo di codici e per eccesso di precisione.

Il Calvino migliore, per mia personale inclinazione, è quello saggistico, ad esempio quello della Collezione di sabbia. E spesso ho usato lo scrittore ligure come bussola o mappa per altre letture. Questo non sempre è andato a suo vantaggio, perché ritengo la combinatoria letteraria de La vie mode d'emploi di Perec (esaltato da Calvino nella lezione americana sulla molteplicità) come la vera realizzazione romanzesca delle ipotesi teoriche di Calvino (matematica+letteratura+vita vissuta+passione). Mi affascina molto il Calvino mancato (lui così controllato e autoconsapevole si scopre solo nei lapsus e nelle false partenze). Ad esempio quello della rivista Ali Babà, progettata e mai realizzata assieme a Gianni Celati, Carlo Ginzburg e Guido Neri. Insomma, mi piace seguire le tracce del Calvino bricoleur che assembla splendide pagine con oggetti rinvenuti in modo fortuito. Oppure lo immagino come un flâneur ironico e distante, in visita al museo delle cere di Parigi o in ammirazione dei disegni di Saul Steinberg. Come tutti i grandi osservatori, Calvino è un maestro dello sguardo indiretto. Come se la vita la dovesse sempre prima filtrare, sospendere, congelare prima di poterla afferrare con le pinze della scrittura. Forse parla di se stesso solo quando parla di altro, e per questo le pagine della Collezione di sabbia dedicate al vuoto e al fuoco sono un manifesto di teologia laica che Calvino non avrebbe mai potuto (o saputo) scrivere in prima persona. Alla sua geometrica sfida al labirinto continuo a preferire la discesa nel groppo magmatico e vischioso di Gadda o il labirinto ludico tracciato col gesso da Cortázar in Rayuela. Ma c'è qualcosa che mi spinge a non rinunciare a Calvino, al suo occhio e alla sua astuzia visiva.

Ho l’impressione che in fondo fosse un po’ invidioso di chi con l’arabesco di un disegno riesce a creare un mondo. Forse il libro definitivo di Calvino è quello che si legge in filigrana nei disegni di Luigi Serafini e nei suoi occhi-pesce che sbirciano affiorando alla superficie della pagina o negli arabeschi delle scritture inventate dall'artista: alfabeto vivente che non vuole dire nulla e si assorbe nel segno puro. Traccia di un passaggio ed esercizio di stile fusi in un unico grafismo, il sogno impossibile di Calvino è anche il suo destino di grande scrittore dei pittori: oltre a Steinberg e Serafini, Calvino incontra Carpaccio e Domenico Gnoli, Arakawa e Giulio Paolini, le sculture effimere di Fausto Melotti e i boschi incantati di Altdorfer. L'astuzia visiva e l'accumulo di codici si risolvono nel manierismo e in un'idea di letteratura come sterminata raccolta di emblemi barocchi, condensazione di immagini congelate che fissano l'impossibilità di scrivere in modo non consapevole. E gli ultimi racconti, quelli di Sotto il sole giaguaro sono, come è stato notato, degli intarsi secenteschi che bloccano, allegoricamente, il fluire dei sensi in una serie di istanti sospesi. Così i suoi libri assomigliano a cataloghi di meraviglie quotidiane, bestiari, mappe di città che diventano reali solo polverizzandosi in una nebbia di finzioni e citazioni: ognuna una figura, un disegno, una miniatura. Ma la leggerezza dell'immagine è solo apparente: per Calvino la semplicità si conquista solo a prezzo di continui ripensamenti e incertezze dolorose. Un esercizio di equilibrismo che non nasconde il suo fondo melanconico: “se il mondo è sempre più insensato, l'unica cosa che possiamo cercare di fare è dargli uno stile”. Una strada che sembra senza uscita.

L'unico modo per sottrarsi all'impasse è forse quello di cercare il vuoto al centro del groviglio di codici, maniere, stili, immagini, emblemi. Una scrittura asciutta ed essenziale al servizio di qualcos'altro, con il razionalista Calvino che si mette in disparte per lasciare spazio al fluire della forma e della luce. Mondo scritto e mondo non scritto sono i due poli tra i quali resta sospeso fino all'ultimo, per arrivare all'estrema avatar dell'uomo tutto sguardo (e tutto mente): il signor Palomar, parente non troppo lontano del Monsieur Teste di Valery (anche se si tratta, per ammissione dello stesso scrittore ligure, di un Teste molto meno self-confident e decisamente proiettato verso il mondo degli oggetti) e della fenomenologia di Husserl. Il dilemma è quello, classico e tutto occidentale, dei limiti della conoscenza e de rapporto paradossale tra soggetto e oggetto. La scrittura dell'ultimo Calvino è sempre più cristallina, cresce disponendosi in geometrie precise e sorprendenti, anche se talvolta il prezzo della perfezione è una distanza eccessiva dal lettore. È il sogno della scrittura senza “self”, trasparenza assoluta di un vetro che semplicemente mostra la realtà senza alterazioni o distorsioni. E per Calvino la mente è vuoto, blank (come in un quadro di Arakawa), taoismo cartesiano, se mai fosse possibile. Come sempre capita, però, quello che conta rimane fuori del quadro. Calvino sembra fare un percorso inverso rispetto a quello, poniamo, di Wittgenstein: parte dai giochi linguistici per andare incontro allo sguardo azzerato rivolto verso il mondo ed il linguaggio. Allora c'è davvero qualcosa di eroico e un po' folle nella sua scrittura precisa e controllata, una luce nera che oscura la riflessione rendendola qualcosa di diverso: il cristallo inizia ad invidiare l'imperfezione e l'opacità che non potrà mai raggiungere. È questa passione per l'opacità l'entropia e l'ombra che emerge dalle pagine dedicate all'utopia politica e pratica di Fourier: “... ma forse perché il meglio che mi aspetto ancora è altro, e va cercato nelle pieghe, nei versanti in ombra, nel gran numero d'effetti involontari che il sistema più calcolato porta con sé senza sapere che forse là più che altrove è la sua verità. Oggi l'utopia che cerco non è più solida di quanto non sia gassosa: è un'utopia polverizzata, corpuscolare, sospesa.” C’è una foto bellissima, degli anni settanta, che racconta quello che lo scrittore ligure avrebbe potuto essere (e che continua ad esistere nella mia passione di lettore): vi si vede Calvino all'Hotel di Madame Pompadour – a Parigi – immerso nella lettura di un lunghissimo rotolo di carta che accarezza le sedie settecentesche con una calligrafia sottile, fino a toccare terra: è il manoscritto delle Centoventi giornate di De Sade. Un nastro di scrittura per raccontare i limiti del linguaggio.

Calvino
prestidigitatore
della
letteratura?
Calvino con Borges (foto Perelli)
Re della scrittura di seconda mano?

Il coatto contro l'inquisitore (Calvino 2)

Certo che mi accorgo ora (dopo aver letto la replica di Varanini all'elogio di Pieruccini), che il mio Calvino non è il Calvino scrittore, ma il lettore, il furbo catalogatore di pensieri e pagine altrui. Non so se sia anche il funzionario editoriale o il critico del proprio ruolo all'interno del sistema letterario (che comunque sceglie di restarci, nel ruolo). Per me, alla fine, Calvino è un'occasione mancata. Forse l'identificazione scatta perché rimane un grande dilettante di successo, mi piace immaginarlo come un invidioso vincente, il cattivo di un film western che alla fine riesce a farla franca. Uno dei miei libri preferiti di Calvino è il suo album fotografico, pubblicato qualche anno fa da Mondadori. Sicuramente asseconda bene il feticismo del fan letterario, ma mi porta ad una riflessione. Calvino nasce (e soprattutto muore) monumentale, torinese fin nel midollo, al di là delle origini anagrafiche. Se fosse un personaggio del libro Cuore sarebbe senza dubbio Enrico: anche se non ha grossi pregi è lui a imporci il punto di vista sulla storia. È un po' la FIAT della letteratura, va bene per tutte le stagioni, ha sufficiente classe per assomigliare a una Ferrari (Berlusconi non ha inventato nulla con la sua idea del restyling superficiale), consuma poco e arreda alla grande il garage. E poi tiene alto il nome dell'Italia nel mondo. Poi però corre sempre sul rischio della bancarotta. La provocazione che girerei a Francesco ed Enrico è la seguente: non è che Calvino è grande proprio perché è un po' cialtrone, perché scrive come un Bignami e alla fine va su tutti i manuali di letteratura, soffiando il posto ad Arbasino, Borges, Cortázar e compagnia? Perché è di regime, un gentiluomo di corte come lo era Leibniz, un Galileo alla Brecht, pronto a ritrattare perché tanto alla fine lui è allo stesso tempo il condannato, la corte e il legislatore? È Calvino il vero coatto letterario, con il suo attico pieno di quadri, libri e disegni, altro che le borgate di Pasolini! Calvino trash in grande stile perché, secondo la definizione di Tommaso Labranca, trash è chi imita e manca il modello rivelando la distanza rispetto all'originale. Più che un romanziere d'idee, un romanziere d'intenti e di intenzioni dichiarate in relazione a un modello. E i suoi libri sono cataloghi di modelli irraggiungibili, da Stendahl a Perec, da Conrad a Borges. Calvino è grande perché non ha bisogno di fare pubblicità, al contrario di Hemingway è lui stesso la pubblicità di una certa idea di letteratura e di cultura. Calvino è una macchina per imitare, il re della scrittura di seconda mano, come i venditori di auto usate negli USA. Comprereste una macchina da quest'uomo?


(L'antidoto a Calvino è Valerio Evangelisti: sprofonda nella letteratura di serie B contaminando l'horror con la Kabbalah. È professorale e scostante laddove Calvino semplifica e cerca punti di accordo. È cattivo e sanguinario, per lui il cervello è qualcosa da far scoppiare, la scrittura è il resoconto di una sessione di tortura inquisitoriale. Traduce Platone in dialoghi da Tex. Calvino sfiora i generi tenendosene a debita distanza e cercando di colonizzarli; Evangelisti è trans-genere, macina alto e basso e metabolizza filosofia e scienza. Calvino è politico perché filtra e pondera ogni parola, discute e ridiscute le posizioni al di fuori della pagina scritta; Evangelisti è politico perché sbatte immediatamente la realtà in un quadro apocalittico (si veda l'incipit di Black Flag) e trasforma la pagina in un'arena. Calvino è tutto stile, Evangelisti è trasandato e furioso. Con il ciclo dell'inquisitore si inserisce nel mercato letterario accettando di essere un autore seriale, rinuncia ai vezzi del letterato per identificarsi con il “suo” Eymerich. È monotono, ripetitivo, imita solo se stesso. Scrive sempre lo stesso libro. Veste di nero, è intrinsecamente cinematografico, assomiglia a Harry Potter se Harry Potter fosse il protagonista di un romanzo di Lovecraft. Ha legioni di fans scatenati anche se a volte è sciatto. Dovrebbe essere lui il nostro autore da esportazione, e infatti è idolatrato in mezza Europa anche se molti fanno finta di non saperlo. Calvino è il purgatorio dello scrittore, Evangelisti è Philip K. Dick all'Inferno.


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