Io e Francesco Varanini ci conosciamo e frequentiamo da oltre venti anni. Accomunati da numerosi interessi letterari (tra le cose che abbiamo prodotto c’è anche questo sito), abbiamo in più occasioni discusso di Italo Calvino, scrittore che io reputo grande e che Varanini colloca invece nel “novero indistinto dei postborgesiani”. Vista l’esistenza di questo sito, “perché – si è chiesto Francesco – non rendiamo noti i nostri punti di vista?”. Detto fatto, inizio io con un elogio a Italo Calvino a cui Francesco replica immediatamente.
Calvino
per me
è un
grande

di
Enrico Pieruccin
i





Italo Calvino è considerato uno dei maggiori scrittori italiani. Calvino fa parte degli “intoccabili” e anche chi ha letto poco, lo conosce: complice, soprattutto negli anni Ottanta, la lettura scolastica del Marcovaldo e complice il gran parlarne sui mass media quando, sul finire dell’estate del 1985, fu colto da ictus in quel di Castiglione della Pescaia (dove aveva una casa al villaggio del Sole) morendo di lì a poco, il 19 settembre, all’ospedale di Siena. Al di là di questo, i suoi frequenti articoli su la Repubblica a partire dalla fine degli anni Settanta gli avevano dato una certa notorietà. Senza contare che il quotidiano allora diretto da Scalfari già aveva una discreta diffusione ed era, anche per la credibilità di quelle pagine culturali dove “militavano” personaggi come Enrico Filippini e Alfredo Giuliani, un’ottima cassa di risonanza per Calvino. Ma veniamo a questo scrittore che considero un grande e che insieme a Elio Vittorini, Tommaso Landolfi, Carlo Emilio Gadda, Achille Campanile ed Anton Germano Rossi rappresenta, a mio avviso, il meglio del Novecento italiano. Che poi tutto al mondo sia soggettivo e relativo lo dimostra, tanto per fare un esempio pratico, la garzantina della letteratura (edizione 1997 ristampata nel 2000) dove Calvino ha quarantotto righe, Vittorini e Gadda ne hanno ottantanove, Landolfi venticinque e Rossi neanche una!
Calvino è un grande perché in quasi quarant’anni di attività letteraria ha scritto – tra le sue oltre venti opere – almeno sette libri di qualità. Non sono pochi. Eccoli in ordine di qualità, un ordine che cercherò di spiegare.


Le cosmicomiche (1965)
Ti con zero (1968)
Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979)
Le città invisibili (1972)
Il visconte dimezzato (1952)
Il barone rampante (1957)
Il cavaliere inesistente (1959)

Tralascerei, dell’opera calviniana, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), i vari racconti usciti in più edizioni, Marcovaldo (1963), Il castello dei destini incrociati (1973), Palomar (1983), la sua importante scelta di fiabe italiane (1956) e tutti i libri postumi, da Sotto il sole giaguaro (1986) a La strada di San Giovanni (1990). I libri postumi hanno un senso soltanto per gli scrittori che in vita di riconoscimenti ne hanno avuti pochi o nulla. Pensiamo alla portata, al valore inestimabile del Processo (1924), del Castello (1926) e di America (1927), i tre grandi romanzi postumi di Franz Kafka (1883-1924). A parte qualche eccezione come Le città del mondo (1969) di Elio Vittorini (1908-1966), sorta di testamento letterario-spirituale, i libri postumi degli autori stranoti in vita sono avanzi di cucina, rimasugli di pranzi, frasi e idee abbozzate che, non potendo più avere l’avallo dell’autore, possono anche finire al macero. Certi ridicoli quanto naturali feticismi sul grande autore morto di cui si finisce col pubblicare tutto riguardano non la letteratura ma le patologie editoriali e le leggi di mercato. Accantonato in blocco il Calvino postumo, è il caso di spiegare anche l’esclusione di opere come Il sentiero dei nidi di ragno o Palomar. Nel primo caso si tratta di un libro che, nella sua “classe”, letteratura di guerra vista dalla parte della Resistenza, ha “concorrenti” letterariamente superiori: da Uomini e no (1945) di Vittorini a La casa in collina (1948) di Cesare Pavese per parlare di libri usciti in quegli anni e “classici” come Una questione privata (1963) e Il partigiano Johnny (1968) che arrivano dopo ma solo perché postumi. Per quanto riguarda Palomar, è un libro che ha un difetto. Anche se le titubanze del signor Palomar risultano simpatiche (ora richiama monsieur Hulot di Tati, ora monsieur Plume di Michaux, ora altri timidi e imbranati della letteratura e del grande schermo), il libro troppo risente dell’introversione di un autore che appare preoccupato e triste (cosa più che legittima) quasi avesse perso il piacere della scrittura (cosa non più legittima). Forse possiamo capirci meglio con un esempio. Prendiamo la signora Ph(i)Nko, quella delle tagliatelle nell’episodio Tutto in un punto delle Cosmicomiche, immagine dell’universo in espansione dopo il Big Bang iniziale.

Il gran segreto della signora Ph(i)Nko è che non ha mai provocato gelosie tra noi. E neppure pettegolezzi. (…) Lei conteneva ed era contenuta con pari gioia, e ci accoglieva e amava e abita tutti ugualmente. Si stava così bene tutti insieme, così bene che qualcosa di straordinario doveva pur accadere. Bastò che a un certo punto lei dicesse: – Ragazzi, avessi un po’ di spazio, come mi piacerebbe farvi le tagliatelle! E in quel momento tutti pensammo allo spazio che avrebbero occupato le tonde braccia di lei muovendosi avanti e indietro con il mattarello sulla sfoglia di pasta, il petto di lei calando sul gran mucchio di farina e uova che ingombrava il largo tagliere mentre le sue braccia impastavano impastavano, bianche e unte d’olio fin sopra al gomito; pensammo allo spazio che avrebbero occupato la farina, e il grano per fare la farina, e i campi per coltivare il grano, e le montagne da cui scendeva l’acqua per irrigare i campi, e i pascoli per le mandrie di vitelli che avrebbero dato la carne per il sugo; allo spazio che ci sarebbe voluto perché il sole arrivasse con i suoi raggi a maturare il grano; allo spazio perché dalle nubi di gas stellari il Sole si condensasse e bruciasse; alle quantità di stelle e galassie e ammssi galattici in fuga nello spazio che ci sarebbero volute per tener sospesa ogni galassia ogni nebula ogni sole ogni pianeta, e nello stesso tempo del pensarlo questo spazio inarrestabilmente si formava, nello stesso tempo in cui la signora Ph(i)Nko pronunciava quelle parole: – … le tagliatelle, ve’, ragazzi! – il punto che conteneva lei e noi tutti s’espandeva in una raggera di distanze d’anni-luce e secoli-luce e miliardi di millenni-luce, e noi sbattuti ai quattro angoli dell’universo, e lei dissolta in non so quale specie d’energia luce calore, lei signora Ph(i)Nko, quella che in mezzo al chiuso nostro mondo meschino era stata capace d’uno slancio generoso, il primo, "Ragazzi, che tagliatelle vi farei mangiare!", un vero slancio d’amore generale, dando inizio nello stesso momento al concetto di spazio, e allo spazio propriamente detto, e al tempo, e alla gravitazione universale, e all’universo gravitante, rendendo possibili miliardi di miliardi di soli, e di pianeti, e di campi di grano, e di signore Ph(i)Nko, sparse per i continenti dei pianeti che impastano con le braccia unte e generose infarinate, e lei da quel momento perduta, e noi a rimpiangerla.(da Le cosmicomiche, Einaudi, 1965)

Calvino, per sua natura cervellotico e ipertormentato, in questo passo parte dalla sua razionalità, si “apre”, gioca bene di fantasia, si diletta a raccontare (anche se la scrittura per lui è fatica) e fa partecipe il lettore dandogli persino la sensazione di sentirlo tutto quell’odore “porcone” e primordiale delle tagliatelle, di uova e germe di grano insieme.
In certi passi di Palomar invece, sempre partendo dalla sua razionalità, Calvino si “chiude”, poco o nulla sembra dilettarsi a raccontare e dunque limita la partecipazione emotiva del lettore: già agli inizi del libro, con Lettura di un’onda e con La spada del sole (non c’è bisogno di arrivare a Come imparare a essere morto), l’onanismo è in agguato e la scrittura tende a essere più esercizio privato che piacere comunicativo. Per la cronaca su quelle stesse coste toscane, sedici anni prima, complice un delfino, già Raffaello Brignetti (1921-1978) aveva letto l’onda, la superficie del mare:

Una superficie che non si increspava per mancanza di vento, anzi in incertezza ripeteva moti forse vivaci altrove e qui giunti alla dimensione lontana dentro la quale cadevano. (da Il gabbiano azzurro, Einaudi 1967)

Due chiarimenti prima di elogiare Calvino per i sette libri suddetti. Che non sono pochi, la cifra è di tutto rispetto. E poi non è una questione di cifre. Si può essere grandi anche per avere scritto un solo grande libro. Aldo Busi (1948) e Gabriel García Marquez (1928), ce lo insegna Varanini, ne sono due esempi: il primo a livello nazionale per Vita standard di un venditore provvisorio di collant (1985), il secondo a livello internazionale per Cent’anni di solitudine (1967). Il resto, di entrambi, non è poi granché.
Primo chiarimento, destinatari i fans di Marcovaldo: sono parecchi gli scrittori che hanno descritto con humour ed amarezza, a livelli letterariamente non inferiori a quelli di Calvino, le contraddizioni dell’Italia anni Sessanta. Per questo non c’è Marcovaldo nei “magnifici sette”.
Secondo chiarimento, destinatari gli appassionati di tarocchi: Il castello dei destini incrociati, interessante per le regole restrittive da cui nasce (smazzati i tarocchi miniati del Bembo e i “marsigliesi”, s’inizia a pescarli), è narrativamente fragile e non raggiunge i livelli di analoghe sperimentazioni fatte da Queneau, Perec & company presso l’Oulipo di Parigi di cui lo stesso Calvino fece parte.

E ora gli elogi. Prima però, siccome vale la pena essere sinceri, devo dire una cosa: quando nel 1972 iniziai l’università, sentii il bisogno di compensare o, meglio, d’integrare lo studio di chimica, fisica, matematica e di altri insegnamenti del primo anno, con la lettura “libera” (fuori dagli obblighi letterari del liceo) di autori classici e contemporanei. E iniziai proprio con Calvino di cui lessi, nel giro di due mesi, sei dei suddetti “magnifici sette”. Se una notte d’inverno un viaggiatore uscì invece sette anni dopo, nel 1979. Li divorai quei libri. E pensare che fino ad allora mai ne avevo letto uno liberamente. Ne avevo sì letti due, Il gattopardo in quinta per il programma di italiano e Three men in a boat sempre in quinta per il programma d’inglese, ma erano stati imposti. Dunque, anche se da allora le mie letture sono state tante (di tutti i generi, romanzacci e romanzetti compresi), fu Calvino a folgorarmi sulla via di Damasco, a iniziarmi a questo mondo infinito. E quindi potrei non essere obbiettivo. Ma un parere istintivo e appassionato, se sincero, vale quanto un parere razionale e meditato, purché sincero anch’esso. E se qualche lettore, mentre faccio l’elogio alle Cosmicomiche, a Ti con zero, sa di qualche scrittore (tutto è possibile) che in quegli stessi anni – complice un piccolo editore della sperduta provincia senza distribuzione nazionale – ha affrontato con altrettanta o maggiore bravura le stesse tematiche, si faccia avanti.


foto Luca Richelli
La giovane attrice statunitense Piper Perabo.
Per lei la letteratura italiana è Dante e Calvino.

Il bello di Calvino sta in primo luogo nelle Cosmicomiche e in Ti con zero. Non sono libri “contro”, sono libri che esprimono quel momento e che forse chiudono definitivamente un periodo di visione ottimistica della scienza e della tecnologia, visione ispiratrice di opere come la Piccola cosmogonia portatile (1950, in italiano 1981!) di Raymond Queneau (1903-1976) o, in campo musicale, Serenata per un satellite di Bruno Maderna (1920-1973). Credo che nessun altro scrittore italiano abbia affrontato l’universo, l’evoluzione, la biologia cellulare e la mineralogia ai livelli di Calvino.

Anche Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) ha una sua unicità nel panorama nazionale e rappresenta la grande opera finale di Calvino. È il romanzo del romanzo, sono undici romanzi che s’intersecano, un campionario di stili narrativi diversi sul tema dell’“affascinazione del romanzo” con la protagonista, Ludmilla, che rappresenta lo spirito della lettura. «Il segreto strutturale del libro – rubo le parole ad Alfredo Giuliani – consiste in questo: mentre l’autore sta fingendo di scrivere il romanzo, il lettore lo sta veramente leggendo, nel duplice senso che il lettore-personaggio vive il proprio romanzo inseguendo il romanzo che non c’è, e che noi lettori leggiamo sia il romanzo del lettore, sia il romanzo che non c’è o che si va disfacendo via via che il testo si costruisce». Ci sono, in questo metaromanzo, tutte le possibili ipotesi sulla scrittura (l’autore tormentato e quello produttivo) e sulla lettura: c’è un certo Irnerio che con molta fatica ha imparato a non leggere, e ci sono (nel capitolo undicesimo) otto possibili metodi di lettura di un libro. Se una notte d’inverno un viaggiatore, questa è la sua grandezza, somiglia a quel “libro su niente” che a Flaubert sarebbe piaciuto scrivere: "un libro quasi senza soggetto o dove il soggetto è quasi invisibile".


Le città invisibili sono – fatti gli opportuni paralleli tra il mondo degli adulti e quello dei bambini – alla stregua delle Favole al telefono di Rodari. Sono oltre cinquanta le città, estraniate geograficamente e fuori del tempo. Per circa due mesi se ne può leggere una per sera, prima di dormire. Io le ho lette di getto: è andata bene, l’incantesimo non si è rotto. Perché sono belle? A dire il vero mi è difficile dare motivazioni tecniche. So che mi hanno preso: forse quel senso di terre lontane che non esiste più, forse la ricerca utopica di città e mondi ideali, o forse…

Dice Kublai Kan: «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente». E Polo: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».(da Le citta invisibili, Einaudi, 1972)

"Che ve devo di’?”. Lo so che già in Porta chiusa (1944) di Sartre l’inferno… ma che volete, in luoghi del fantastico e atmosfere orientali da Mille e una notte o da Livre des merveilles come ci sono nelle Città invisibili è tutta un’altra cosa.



E poi c’è la trilogia dei Nostri antenati dove Calvino ha magistralmente “assemblato”, con perizia costruttiva, di tutto: ci sono, mescolate alle invenzioni dell’autore, le atmosfere di Jacques il fatalista e il suo padrone (1796) di Diderot (1713-1784), quelle del Candido o l’ottimismo (1759) di Voltaire (1694-1778), c’è il leit motiv del Codice di Perelà (1911) di Aldo Palazzeschi (1885-1974) che diventa quello del Cavaliere inesistente, c'è Carlino di Fratta delle Confessioni di un italiano (1867) di Ippolito Nievo (1831-1861) che un po' "scivola" nel Cosimo del Barone rampante, ci sono i poemi cavallereschi, insomma c’è l’“assemblaggio” come sistema per fare letteratura. E palesato o occulto che sia, lo reputo uno dei sistemi più affascinanti.

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