Svizzero di lingua tedesca (nasce a Biel, nei pressi di Berna, nel 1878), penultimo di otto figli di un piccolo commerciante, ha sedici anni quando la madre muore in una clinica psichiatrica.
Già due anni prima aveva dovuto lasciare la scuola per impiegarsi in banca. Sarà operaio, magazziniere, libraio, copista, archivista, infermiere, segretario ed anche domestico in un castello della Slesia. Sempre mestieri umili, anonimi, subalterni, saltuari, accompagnati da frequenti cambi di abitazione e intervallati da viaggi compiuti per lo più a piedi. Con "la fede che l'arte sia una cosa grande" comincia a scrivere, trovando subito un suo stile personalissimo: frammentario, legato all'oralità, aggraziato, cristallino, apparentemente ingenuo.
Dal 1906 al 1912 è a Berlino, dove il fratello Karl si era affermato come pittore e scenografo teatrale. Pubblica I fratelli Tanner (1907), L'assistente (1908), Jakob von Gunten (1909) mentre vanno smarriti i manoscritti di almeno altri due romanzi inviati ad editori. È subito apprezzato da Benjamin, Kafka e Musil, Canetti, ma il successo è scarso. Deluso, nel 1913 ritorna a Biel: di questi anni (1917) è la La passeggiata, forse l'opera più felice.
Quando nel 1920 si trasferisce a Berna alla precaria situazione economica si sono ormai aggiunte difficoltà fisica a scrivere, mania di persecuzione, allucinazioni, crisi depressive. Nel '29 è ricoverato nell'ospedale psichiatrico di Waldau. Dal '31 in una clinica a Herisau (Appenzell). I medici ravviseranno sintomi di schizofrenia. Ma l'atteggiamento catatonico di Walser appare, più che una malattia, una scelta radicale e disperata, un volontario esilio, la tranquilla estraneazione da un mondo in cui non si riconosce. Cosicché non farà nulla per uscire dalla casa di cura, ma si mostrerà lucidissimo con Carl Seelig, l'amico che per oltre trent'anni anni andrà a fargli visita: "non bisogna andare a scrutare dietro a ogni segreto"; "sì, importante è solo il viaggio verso se stessi"; "spesso il talento di uno scrittore è in proporzione inversa alla quantità di azione e all'ampiezza dell'ambiente locale di cui egli ha bisogno. Di fronte a quegli scrittori che eccellono nell'azione e si servono del mondo intero per i loro personaggi, io sono diffidente a priori. Le cose di tutti i giorni sono abbastanza belle e preziose perché se ne possano fare scaturire scintille di poesia" (Carl Seelig, Passeggiate con Robert Walser, Adelphi, 1981).
L'ultima raccolta di prose curata dall'autore è, nel 1925, La rosa. Fino al 1933 riempie quaderni scrivendo a matita, con calligrafia microscopica e quasi indecifrabile. Poi più niente. Morirà settantottenne, il giorno di Natale, durante una solitaria passeggiata nella neve.