Kurt
Jr. Vonnegut
e la strana
vicenda
delle
traduzioni
italiane
del suo
primo
romanzo

di Francesco Varanini



Nasce a Indianapolis, Indiana, l’11 novembre 1922. Il nonno, tedesco, era emigrato nel Nord America nel 1848. Quando frequenta la Shortridge High School, scrive per lo Shortridge Daily Echo il giornale quotidiano pubblicato dalla scuola: sono le sue prime esperienze letterarie. Nel 1940 si iscrive alla Cornell University (Ithaca, New York). Seguendo i consigli paterni, sceglie la facoltà di chimica e biologia. Anche qui scrive per il giornale dell’università, il Cornell Daily Sun.
Nel ’43 entra come volontario nell’esercito. Esploratore, nel 1944 viene fatto prigioniero in a Dresda. Vive così in prima persona al terribile bombardamento alleato che nel febbraio del 1945 rase al suolo la città e causò 135.000 vittime civili. Questa esperienza è l’origine del suo romanzo più famoso, Mattatoio n. 5 o la crociata dei bambini (1969).
Nel 1945, rimpatriato, sposa Jane Marie Cox, un’amica degli anni della scuola. (Nel 1944 si era suicidata la madre, scrittrice fallita. Quarant’anni dopo, anche Kurt tenterà il suicidio con i barbiturici). A Chicago, Kurt abita nel ghetto nero, studia antropologia alla Chicago University e lavora come reporter di casi giudiziari per il Chicago City News Bureau. Nel 1947 la sua tesi viene rifiutata: l’episodio è raccontato in un capitolo della raccolta di saggi Wampeters, Foma & Granfalloons, 1974, in italiano Divina idiozia. (Nel 1971 il dipartimento accetterà come tesi un romanzo di Vonnegut e gli pondererà la laurea). Intanto Kurt si è trasferito a Schenectady (New York). Nei Laboratori di ricerca della General Electric, dove lavora già il fratello Bernard, fisico, Kurt è assunto a tempo pieno come redattore.
Nel 1950 la rivista Collier’s pubblica il racconto Report on the Barnhouse Effect. L’anno successivo Kurt guadagna abbastanza per lasciare il lavoro, trasferirsi con la famiglia a Cape Cod (Massachusetts) e dedicarsi totalmente alla scrittura.
Player Piano, il primo romanzo, esce nel 1952. Scrive decine di racconti. Il secondo romanzo, The Siren of Titans (Le sirene di Titano), è del 1959. Nel frattempo insegna in una scuola per ragazzi con disturbi emozionali e, alla morte della sorella, Alice, adotta i suoi tre figli. Seguono Mother Night (Madre notte),1961; Cat’s Cradle (Ghiaccio Nove), 1963; God Bless You, Mr. Rosewater (Dio la benedica, dottor Kevorkian), 1965, il suo primo libro veramente apprezzato dalla critica, e Slaughterhouse-Five (Mattatoio n. 5), 1969, il grande successo.
Con questa serie di romanzi Vonnegut abbandonò il genere fantascientifico, cui era molto legato, salvo poi tornarvi di quando in quando (per esempio con Galapapgos, 1985 e Timequake (Cronosisma), 1997, annunciato dall’autore come il suo ultimo romanzo.
Via via che scrive, Vonnegut migliora la qualità della scrittura. E questo non è un merito. L'andamento diseguale e certe sconnessioni dei primi romanzi li considero un pregio. Così come considero un pregio il suo amore per la fantascienza, amore che non viene meno, per fortuna, quando Vonnegut passa a scrivere romanzi 'Mainstream' che nulla hanno a che fare con la letteratura di genere.
“Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città. (…) Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l'Inferno”. Così Vonnegut, uno dei pochi scrittori venuto dalla Science Fiction veramente accettato come grande scrittore senza etichette, celebra non solo i colleghi, ma la propria origine e, in fondo, il proprio approccio alla narrativa.
La libertà offerta dalla Science Fiction è impagabile. Solo liberandosi da ogni obbligo di realismo si può dire, del mondo in cui viviamo, tutto quello che sentiamo di dover dire.
Anche di fronte a tutta la sua ricca produzione, continuo a prediligere il romanzo di esordio, Player piano. Scritto sotto la forte influenza del lavoro presso la General Electric, descrive con la chiarezza del ragionamento condotto fino alle estreme conseguenze il funzionamento della grande impresa. Quella impresa che nel corso del secolo passato era andata via via definendosi, fino ad una forma che, emersa dopo la crisi degli anni ’30, agli inizi degli anni ’50 già si manifestava nella sua pienezza.
Di questo romanzo, è degna di menzione la curiosa vicenda italiana. Se non me ne è sfuggita qualcuna, il romanzo ha avuto da noi sei diversi editori, cinque diverse traduzioni, tre diversi titoli.

Kurt Vonnegut, Player piano, Dell Publishing, 1952.
Trad. it. con il titolo La società della camicia stregata, La Tribuna, Science Fiction Book Club, n. 32, Piacenza, 1966. Con il titolo Distruggete le macchine, trad. di Roberta Jole Luisa Rambelli, Nord, Milano, 1979. Con il titolo Piano meccanico, trad. di Alessandro Roffeni, SE, Milano,1992. Poi in Catastrofi di ordinaria follia (comprende Piano meccanico, Ghiaccio nove, Mattatoio n. 5), trad. di Vittorio Cartoni, Interno giallo/Mondadori, Milano, 1994; di lì Piano meccanico è ripreso in Mondadori, Urania, n. 1393, 2000. Infine Piano meccanico, trad. it. di Vincenzo Mantovani, Feltrinelli, 2004.



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