Virgilio Piñera...
alla sua morte diciotto
scatoloni d'inediti

di Francesco Varanini

Prima secondo,
poi accomunato
a Lezama, anticipò,
in teatro,
Ionesco e Beckett


Nasce nel 1912 a Cárdenas, provincia di Matanzas, Cuba, figlio di un agrimensore e di una maestra. Arriva poverissimo all’Avana per frequentare l’università. Nel 1940 si laurea in Filosofía y Letras, nel 1942 fonda la rivista Poeta. Vive quattordici anni, dal 46 al 58, a Buenos Aires: funzionario del consolato, correttore di bozze, traduttore (tra l’altro di Gombrowicz, Ferdydurke). Poi torna all’Avana, per sempre, nonostante rapporti non certo facili con la rivoluzione castrista.
Da tutti chiamato e ricordato per nome, Virgilio, è autore elusivo, che nasconde e si nasconde, forse per pudore, forse anche per gioco. Uno che a lungo è stato considerato esclusivamente autore di teatro (Electra Garrigó, 1948), ma che ha pubblicato romanzi (La carne de René, 1952, Presiones y diamantes, 1967), che ha scritto un'infinità di racconti e di poesie, che è stato critico letterario, giornalista ed editore. Uno che passa la vita scrivendo, ma non ha in casa un libro. Uno che ha continuato a chiedersi "sarò davvero un poeta". Uno che fa il teatro dell’assurdo prima di Ionesco e Beckett. Uno che vive modestamente, spesso al confine dell’indigenza, che sembra sopravvivere a se stesso, e che alla morte lascia diciotto scatoloni di inediti.
Omosessuale dichiarato, uomo solitario, maledetto, malandato, non faceva niente per cercare l’affermazione. Ma aveva in fondo una grande consapevolezza del suo valore. Quando muore l’amico-nemico José Lezama Lima, gran poeta e romanziere, maestro riconosciuto della sua generazione, Virgilio gli dedica questi versi: «Per un tempo che non posso indicare / sei in vantaggio con la morte: / così come in vita, hai avuto in sorte / arrivare primo. Io, al secondo posto». Virgilio – morirà tre anni dopo, nel 1979 – sapeva: ora, nel ricordo e nella valutazione critica, è da tutti accomunato a Lezama.


homepage

back