Joe R. Lansdale:
uno che in un bar
le spara grosse

di Nicola Gaiarin

Il meno che si possa dire di Joe R. Lansdale è che si tratta di uno scrittore prolifico. In poco più di vent'anni – il primo romanzo, Act of Love, è del 1980 – ha prodotto una ventina di romanzi e qualcosa come duecento racconti. Dove trovi il tempo per insegnare arti marziali e per arare i campi a bordo del suo trattore, rimane un mistero. Lansdale è texano fino al midollo, ma proviene dal Texas orientale, una terra umida e verde, solcata da fiumi nerastri che di notte lasciano affiorare le teste dei mocassini che nuotano in cerca di preda. In fondo, il suo mondo è una riedizione in nero di quello di Mark Twain: il sud degli Stati Uniti, pervaso da tensioni sociali e abitato da rednecks brutti sporchi e cattivi (e invariabilmente grassi). Di sicuro è uno scrittore popolare, nella linea che va da Jim Thompson a Richard Matheson, anche se, a differenza degli illustri antenati, Lansdale sembra provare una strana simpatia per i suoi personaggi, che si tratti di due ragazzi sfaticati che se la prendono col cadavere di un cane o di un autostoppista finito in un'arena a combattere per salvare la pelle. Lansdale sta decisamente dalla loro parte, e perciò è tanto più partecipe quando descrive, con metafore degne di un ipotetico barocco texano, la fine terribile cui vanno incontro. Lansdale è come un bonario osservatore che non riesce a stare zitto e deve descrivere esattamente il colore del sangue che macchia l'asfalto di una highway oppure il destino di un occhio spappolato nel corso di uno scontro all'ultimo sangue.

Lansdale è il tizio che in un bar le spara grosse e che tutti prendono in giro. Il butterato con la testa a palla di biliardo e il cappello con la bandiera sudista che fatica a dire due parole di seguito. Solo che poi nel bagagliaio della macchina questo tizio tiene il cadavere mummificato della mamma, o qualcosa del genere. Il suo stile, come quello di Twain, è figlio della tradizione orale e fa proprie le cadenze di una lingua acrobatica e strascicata, estremamente duttile e capace di far convivere leggende popolari e spezzoni di cultura pop. Nei suoi racconti Lansdale mette insieme una miscela esplosiva con il piacere dell'artigiano, lasciando da parte vezzi intellettuali ed elucubrazioni da campus universitario. Meglio dimenticare la letteratura horror alla Stephen King: non ci sono motivazioni profonde dietro quello che scrive, solo piccoli problemi di sopravvivenza. Ad esempio, come uscire vivi da un pozzo circondato da folli razzisti devoti al dio serpente, oppure come atttraversare senza troppi danni un deserto popolato da morti viventi e suore viziose. La violenza per Lansdale è sostanzialmente gratuita e immotivata (e perciò molto più terrificante) e anche quando si lancia in un'incredibile contaminazione tra fantascienza e b-movie (La notte del drive-in), lo fa senza dare spiegazioni di sorta e scaraventando i malcapitati personaggi e il lettore in un mondo straniante popolato da bande di bikers e crudeli mostri catodici. Fuori da questo campo di battaglia non c'è più niente, solo il sospetto di trovarsi lì in mezzo per il divertimento di qualche essere sovrannaturale e decisamente malvagio. L'unico rimedio di fronte a questo tremendo vuoto di senso è l'umorismo, la capacità di chiudere per un attimo gli occhi con una battuta o una metafora pirotecnica.

Non sorprende che in una serie di riflessioni contenute nel suo Handle with care (Maneggiare con cura, un autentico "best of' dei suoi racconti) Lansdale, metta al centro del processo creativo proprio il drive-in, scena primaria estetica e sessuale di moltissimi scrittori americani (sicuramente anche di King), che Lansdale esplora ossessivamente, in ogni dettaglio, in molte delle sue opere. Non a caso in La notte del drive-in viene messo in scena il sogno o l'incubo lansdaliano per eccellenza: il gigantesco cinema all'aperto trasformato in trappola senza uscita, lo schermo come labirinto nel quale perdersi scivolando nella melma di immagini sanguinolente vomitate da film di serie z. Da tempo si annuncia la versione cinematografica di un suo romanzo (Two Bears Mambo), diretta nientemeno che da David Lynch: un degno ritorno dell'immaginario di Lansdale nel ventre del cinema che l'aveva partorito, anche se Lynch sembra troppo raffinato per raccontare a dovere storie che meriterebbero una sensibilità molto più truculenta ed esagerata. Da buon figlio della cultura pulp e dei dime novels, Lansdale è onnivoro e inghiotte tonnellate di letteratura e cinema facendosi guidare da un istinto infallibile: nel suo territorio si mescolano il sud lacerato di Flannery O'Connor e i morti viventi di Romero, Ray Bradbury (soprattutto quello del Popolo dell'autunno) e l'umorismo nero di Ambrose Bierce. Ne viene fuori un calderone ribollente in cui i codici si mescolano e i punti di riferimento entrano continuamente in corto circuito. Perciò la cosa migliore è avvicinarsi ai suoi libri senza troppe riflessioni: si può scegliere tra una nostalgica evocazione del Texas della grande depressione (Sotto gli occhi dell'alligatore) o la storia di Godzilla in riabilitazione (in Maneggiare con cura), tra un noir in salsa Freak (Fiamma fredda) o un thriller scritto come se lo avesse girato Peckinpah (Freddo a luglio). Oppure si possono scegliere i romanzi della serie di Hap e Leonard, un bianco e un nero (quest'ultimo è per giunta gay, l'ideale per vivere in Texas!) la cui massima aspirazione pare quella di ciondolare sul divano tra una rissa e l'altra (Mucho Mojo e Il mambo degli orsi). La scelta è ampia e le bistecche, non c'è bisogno di dirlo, sono al sangue.


Joe R. Lansdale in italiano

Freddo a luglio (Phoenix, Roma 1997; Fanucci, Roma 2002)
La notte del drive-in (Urania, Milano 1993; Einaudi, Torino 1998)
Il giorno dei dinosauri (Urania, Milano 1994; assieme al precedente Einaudi, Torino 1998)
Mucho Mojo (Bompiani, Milano 1996)
Il mambo degli orsi (Einaudi, Torino 2001)
Maneggiare con cura (Fanucci, Roma 2002)
Fiamma fredda (Mondadori, Milano 2001)
Sotto gli occhi dell'alligatore (Mondadori, Milano 2002)


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