autori da salvare

Theodor Fontane

Un grande scrittore
che fu precario per scelta
.
Una prodigiosa vecchiaia

di Francesco Varanini

Nato nel 1819 in una famiglia di ugonotti francesi emigrati, nell’aprile del 1850 Fontane così scrive all’editore Georg von Cotta, presso il quale sperava di pubblicare. (Il padre di Georg, Johan Friedrich, era stato l’editore di Goethe e di Schiller).

«Ho trent’anni, sono nato tra le sabbie della Marca Brandeburghese, cresciuto sul Baltico e di professione sono farmacista. Perché lo sono? Mio padre diceva: ‘car tel est notre plaisir’; oltretutto egli stesso era farmacista».
Prosegue raccontando che non vorrebbe cambiare professione. Ma la mancanza di capitali gli impedisce di acquistare una farmacia, «cosicché io, desideroso di tirare i remi in barca, mi sto guardando intorno in cerca di qualcosa d’altro». Ama scrivere, ma subito a scanso di equivoci precisa: «della mia penna non posso né voglio vivere; ed io credo che non siano proprio i peggiori quelli che fanno con franchezza questa ammissione». Dichiara di aspirare “ad un impiego subalterno nel ministero della pubblica istruzione”. Ma aggiunge: «se le mie attese dovessero andare nuovamente deluse, pazienza; da anni sono abituato a procrastinare le mie speranze».
Intanto però trova davvero lavoro presso l’ufficio stampa della presidenza del consiglio del regno di Prussia. E poi, con molta maggiore soddisfazione, soggiorna a Londra. Cura un'agenzia stampa governativa, e quindi è addetto stampa dell’ambasciatore.
È un brillante giornalista politico e di costume. Per lui la capitale inglese resterà il prototipo della moderna metropoli libera e aperta, il modello con il quale confronterà la Berlino degli ultimi anni del secolo.
Tornato in patria, un incarico giornalistico non troppo gravoso gli permette di dedicarsi alle Wanderungen durch die Mark Brandenburg (Peregrinazioni attraverso la Marca di Brandeburgo, 1861): sorta di guida, ampio quadro geografico, storico e culturale. Un’opera che risente di alti modelli: ma se Alexander von Humboldt descriveva terre esotiche, o si occupava dell’intero pianeta, ben diverso è il tema scelto da Fontane: al centro della sua attenzione sta un modesto, limitato microcosmo.
Sarà ancora critico letterario. E nel 1876 si vedrà arrivare la nomina a segretario dell’Accademia delle Arti di Berlino: una posizione prestigiosa e bene retribuita, che però Fontane abbandona dopo pochi mesi. Quel lavoro non è adatto a lui, o lui non è adatto a quel lavoro. Così, di nuovo, alle soglie della vecchiaia, rinuncia a ogni sicurezza per diventare “libero scrittore”.
Di lì in avanti vivrà per venti e più anni arrabattandosi con collaborazioni saltuarie, precario per scelta. Ma sarà una vecchiaia prodigiosa: diciassette romanzi. Eppure scriveva di sé: «sono sempre stato un lavoratore lento, ho sempre avuto bisogno, anche nei miei giorni migliori, di tempi spaventosamente lunghi».
Romanzi ambientati nella Germania contemporanea. Di cui resta inimitabile testimone. Popolare, stimato subito da Thomas Mann, ma riconosciuto veramente come maestro del romanzo solo dopo la sua morte.
Fontane merita la stessa fama dei grandi dell’Ottocento, Flaubert e Tolstoj sono forse i meno lontani, ma Fontane è diverso da tutti. In un mondo che muta vorticosamente sotto gli occhi – il telegrafo e la ferrovia e i dirigibili – l’ansia di spiegare e comprendere tutto, ci dice Fontane, è vana. Forse, per chi vuole farsi una ragione di come il mondo sia repentinamente cambiato, è più ragionevole tornare a quella frase – non a caso divenuta in Germania un familiare intercalare– che il padre di Effi Briest, al termine del romanzo, ripete ancora una volta alla moglie: «Lascia andare… questo è un campo troppo vasto».
Le scarne, discorsive frasi di Fontane, divenute luoghi comuni, nascondono profonde verità. “Chi vuole essere creativo deve essere allegro”. “Il rigore andò perduto, il che si paga in ogni campo”. “Le cicogne, grazie al loro istinto sottile, sanno sempre se qualcosa regge o sta per crollare”.
Perfino lo slogan del produttore tedesco di telefoni cellulari, “Some of us have it, some of us don’t”, è una reminiscenza consapevole di un verso di Fontane: “Man hat es oder hat es nicht”.
Se il capolavoro è probabilmente Effi Briest (1895, una sorta di parallelo tedesco di Madame Bovary e di Anna Karenina), l’opera più commovente e più singolare ci appare Der Stechlin. Non fosse altro perché Fontane, raccontando la morte dell’anziano protagonista, racconta la propria serena fine. Muore all’età di settantanove anni, il 20 settembre 1898. Aveva fatto in tempo a correggere le bozze del libro che uscirà in quello stesso ottobre.

importante!
Sul sito Libro&Gratis (http://digilander.libero.it/emirina) sono gratuitamente a disposizione dei lettori parecchi romanzi di Fontane in traduzione originale, tra i quali alcuni libri introvabili come Schach von Wuthenow e Il conte Petöfy.

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