Silvio D'Arzo

di Francesco Varanini



Ezio Comparoni nasce il 6 febbraio 1920 a Reggio Emilia, figlio di Rosalinda Comparoni e di padre ignoto. Rosalinda vendeva biglietti al cinema Radium, o leggeva le carte, riesce comunque a mantenere il figlio agli studi. Vissero sempre in un buio stanzone in via Aschieri 4, sulla soglia del quale anche gli amici dovevano fermarsi. Gli amici semmai erano ricevuti nello studio dell’amico avvocato nel quale il precoce giovane si reca ogni giorno per leggere, scrivere, studiare.
Con il nome ‘Raffaele Comparoni’, pubblica il primo libro a quindici anni (Maschere, Barabba, 1935). Dopo non userà mai più nemmeno il cognome. Raffaele, Andrea Colli, Aldo Collins, Alberto Collins, Sandro Nedi, Sandro Nadi, Oreste Nasi, Adelmo Ferrari, Nino Cavazzoni, Paterlini, Ferrari, Paccini: diversi modi di prendere le distanze dalla povertà di una storia personale che solo attraverso la letteratura poteva trovare riscatto.
Tra tutti i nom de plume, sopravvive al tempo la persona che firma la seconda opera: All’insegna del buon corsiero, Vallecchi, 1942 – un ‘racconto filosofico’ ambientato nel ‘700. ‘Silvio D’Arzo’ sembra nome adeguato all’atmosfera sognante dell’opera, ma contiene anche un rinvio alle radici: arzàn, ‘reggiano’.
Nel frattempo, non a caso, lo studente Ezio Comparoni si è laureato a Bologna con una tesi in glottologia, che ha per tema i dialetti dell’Appennino. Ma ciò che per lui veramente conta è la letteratura straniera, sopratutto inglese: Kipling, Conrad, Stevenson, Henry James gli autori preferiti.
Muore nella clinica Villa Ida di Reggio Emilia il 30 gennaio 1952, a trentadue anni, per una forma di leucemia che la scienza medica oggi potrebbe guarire.
Gli ultimi anni della vita ruotano attorno alla stesura di Casa d’altri, racconto lungamente lavorato.
Lo rifiuta Pavese, per conto di Einaudi (“Abbiamo qualcosa da ridire sullo stile, che spesso è un po’ troppo a puntino, manzonianamente”). Lo rifiuta Vallecchi (“alla tenuità dell’estensione mi sembra anche corrispondere (…) una deficienza di architettura generale, una assenza di richiami a motivi di una validità abbastanza larga e riconosciuta”), lo rifiuta Guanda, lo rifiuta Bompiani.
Ma già nel 1954 l’opera acquista una fama leggendaria. Montale lo giudica “racconto perfetto”, “a mezza via tra il racconto lungo e la prosa poetica”, “ai limiti di quelle colonne d’Ercole oltre le quali sono i leones dell’inesprimibile”.
Lo stesso anno una riduzione cinematografica è compresa (assieme ad altre tratte da racconti di Moravia, Campanile, Patti, Pratolini, Marotta) in Tempi nostri (Zibaldone n. 2), regia di Alessandro Blasetti. Ma qui, nonostante il parere contrario di Giorgio Bassani (che firma come sceneggiatore), al racconto è aggiunto un posticcio finale edificante.
Oggi per tutti i critici è facile considerarlo un capolavoro.

Nota bibliografica a proposito di Casa d’altri
Un prima versione del racconto – Il prete e la vecchia Zelinda – esce a nome di Sandro Nedi, sull’Illustrazione Italiana, n. 29-30, 18-25 luglio 1948. A nome di Silvio D’Arzo, Casa d’altri appare sul Quaderno X di Botteghe Oscure, Mondadori, alla fine del 1952, per scelta di Attilio Bertolucci. Nel 1953 il racconto è pubblicato da Sansoni, collana Biblioteca di Paragone, per scelta di Giorgio Bassani. Nel 1960 il racconto è compreso nella raccolta Nostro lunedì. Racconti, poesie, saggi, Vallecchi, a cura di Rodolfo Macchioni Jodi (qui la versione di Casa d’altri, ripresa da manoscritti dell’autore, è diversa, più stringata). Ora in Silvio d’Arzo, Casa d’altri e altri racconti, a cura di Eraldo Affinati, Einaudi, 1980 e 1999. E anche in Enzo Siciliano (a cura di), Racconti italiani del Novecento, Mondadori, I Meridiani, 1983.




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